4 giorni fa - La portaerei russa Admiral Kuznetsov sarà in battaglia contro lo Stato islamico per quattro mesi a partire dal prossimo ottobre. Le attività di volo ...
Ok, il soggetto di cui all'oggetto si è iscritto all'ordine degli Ing. di Firenze e quindi ne consegue che, a quella data (2014), lo stesso ha presentato un titolo di studio idoneo per tale iscrizione.
"Nulla questio" ma, da quella data in poi ! E questo perchè il medesimo soggetto, già nell'anno 2000, era solito firmarsi comunque "Ingegnere" nonostante all'epoca non avesse mai mostrato a nessun ente o amministrazione, il diploma di laurea conseguito a Londra o comunque era palesemente omissivo di ciò che "Obbligatoriamente si deve fare quando si è in possesso di un titolo di studio straniero (o ratifica del Min. della Giustizia o circa dieci esami integrativi in un ateneo italiano).
Ciò lo si evince chiaramente sia dal "Rigetto" della domanda presentata dallo stesso nel dicembre del 1999 al Tribunale di Firenze per l'iscrizione a quell'albo periti ed ancor più chiaro è il fatto che, all'epoca lo stesso non avesse nessuna laurea poichè, volendolo comunque dichiarare, lo stesso fu ammesso alla frequentazione di nr. "DUE" corsi di cinematica stradale "Per Soli Laureati", all'Ateneo fiorentino. Si rappresenta che lo stesso, a seguito delle sue dichiarazioni (possesso della laurea), nelle more fu ammesso alla frequentazione di tali corsi ma, la segreteria di quella facoltà, verificando, si rese conto che il soggetto, pur considerato il lasso di tempo trascorso, non aveva provveduto a fornire nessuna laurea, informò dei fatti il Preside di quella facoltà di Ing. il quale, "Ovviamente" si vide costretto alla immediata convocazione del "Massa" intimando di riconsegnare "Immediatamente" i due attestati "Indebitamente acquisiti dal NON avente diritto".
Lo stesso "Massa" nemmeno si presentò e "Spedì per posta" gli attestati in parola volendo comunque dichiarare di essere laureato.
Come risulta, appare palesemente "Ridicolo" voler esternare tali dichiarazioni in quanto, quell'Ateneo ti ha chiesto "Espressamente" quel titolo di studio quindi, anzichè voler ripetere cose "Non conformi al vero", il tutto si sarebbe potuto risolvere recandosi di persona da quel preside e mostrando il titolo di studio richiesto.
Atteso quanto sopra, appare evidente che, tutto quanto contestato al "Massa Massimo Manfredi", dall'anno 2000, per le condotte tenute dal medesimo (a prescindere dal titolo di studio) e, riguardo a tale titolo, fino a che questi non lo ha conseguito, tutto quanto a lui contestato "NON" deve essere mutato di nessun particolare o dettaglio poichè evidentemente "Conforme al vero" e non è proprio il caso di citare una assoluzione chissà come ottenuta perchè quella fu una vera e propria "Farsa" nella quale "NON" fu mai concessa la parola ne al denunciante, ne all'avvocato e nemmeno ad un Dott. in Ing. che avrebbe tenuto a spiegare l'importanza di un "Verbale" dei rilievi, redatto a seguito di un sx "Mortale", visto il contenuto, ovviamente valido per l'attribuzione delle responsabilità.
Inoltre, proprio non è il caso di parlare della condotta tenuta da vari "Magistrati" riguardo a quel "Verbale" in quanto, oltre ad essere "Occultato" dal nominato in oggetto, quel P.M. il titolare del fascicolo, "NON" lo ebbe a consegnare all'Ing. Consulente di parte, (vedasi dichiarazione scritta di quel Dott. in Ing.), "NON" era agli atti del fascicolo Processuale a mio carico (vedasi attestato cancelleria penale), NON era agli atti del fascicolo processuale a carico del responsabile di quel sx Mortale (vedasi attestato cancelleria penale) e NON fu consegnato nemmeno al nuovo C.T.U. nominato a seguito della giusta riapertura delle indagini a carico del responsabile del sx (vedasi dichiarazione scritta di quel Dott. in Ing.).
Insomma, ciò che accadde è chiaramente evidente, NON vi fu la volontà di procedere a termini di legge e se il nominato in oggetto ritiene opportuno parlare di tutte quell "Aberranti Omissioni" il sottoscritto ne sarà ben lieto.
Ma niente di tutto ciò accadde anzi, quel "Giudice", evidentemente "Ignaro" dell'art. del c.p.p che prevede la correzione e modifica del capo di imputazione, "VIETO' " a chiunque di parlare dell'esistenza di quel Verbale in quanto non poteva emergere che il "Massa" lo aveva "Occultato" in concorso con altra persona.
Si conclude volendo specificare che, "Qualcuno" si è voluto adoperare per far "Oscurare" svariati post di questo blog che riguardano il nominato in oggetto (e non solo) ma, nonostante tali "Artifizi", non potrà mai essere oscurata la lettera di "Convocazione e Diffida" del Preside della facoltà di Ing. dell'Ateneo F.no e nemmeno la sua lettera con la quale lo stesso attesta di aver provveduto al "Ritiro" dei due attestati poichè consegnati al Massa che all'epoca era "Non avente diritto".
Dati di MASSA Massimo Manfredi
Matricola 6856
Nato/a a Firenze il 24/9/1955
Codice Fiscale MSSMSM55P24D612K
Residenza Piazza M. D'Azeglio 39, , 50121 Firenze
Corso di laurea Meccanica (Londra (Gran Bretagna), 2009)
Anno abilitazione 2014, anzianità 16/12/2014, data iscrizione 16/12/2014
Sezione A
Settore/i Industriale
Indirizzo studio Piazza M. D'Azeglio 18, , 50121 Firenze
Telefono residenza 055.234.68.51
Telefono studio 055.242.878
Fax 055.627.00.08
Cellulare 339.756.69.73
E-mail info@studio-massa.it
IN PARTICOLARE RIGUARDO ALLE BAGGIANATE CHE I MUSSULMANI GLI AVEVANO RACCONTATO COME AD ESEMPIO CHE LA LINGUA INGLESE AVEVA SOLO 400 ANNI OPPURE CHE MAOMETTO ERA ESISTITO PRIMA DI GESU'.
Da “Libero quotidiano” Per gentile concessione di Edoardo Perazzi, erede di Oriana Fallaci, pubblichiamo ampi stralci dell’intervista con Mohammed Alì che la scrittrice…
Ci dobbiamo abituare ? Buon giorno a tutti voi !!!!!😃
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17 FEBBRAIO 2015
La storia di Oriana Fallaci, quella vera
Chi era la giornalista italiana più conosciuta e apprezzata al mondo, raccontato un po' meglio che in tv
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Oriana Fallaci si può definire così, a essere brevi: la giornalista italiana più conosciuta e apprezzata al mondo. Ebbe una vita straordinaria, di cui i più giovani sanno pochissimo e quel che sanno è per via delle cose che scrisse e disse negli ultimi dieci anni della sua vita – dall’11 settembre 2001 in poi – e che furono oggetto di critiche e polemiche, ma era stata moltissimo altro. Inventò un modo tutto suo di scrivere e intervistare, fu una delle prime donne a farsi strada in un mondo che fino ad allora alle donne sembrava precluso, ebbe posizioni radicali, fu molto poco politically correct e per questo divenne oggetto di attacchi e pesanti contestazioni (da cui seppe difendersi con energia). A un certo punto della sua vita diventò un personaggio, a prescindere dalle storie che raccontava e che aveva raccontato: fotografata e intervistata dai più importanti giornali internazionali, con i suoi occhialoni, le sigarette, i suoi cappelli e il suo pessimo carattere.
I libri e la Resistenza «Sono nata a Firenze il 29/6/1929 da genitori fiorentini: Tosca ed Edoardo Fallaci. Da parte di mia madre, tuttavia, esiste un “filone” spagnolo: la sua bisnonna era di Barcellona. Da parte di mio padre, un “filone” romagnolo: sua madre era di Cesena. Connubio pessimo, com’è ovvio, nei risultati temperamentali. Mi ritengo comunque una fiorentina pura. Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa». Così Oriana Fallaci raccontò la sua famiglia in “La vita di Oriana narrata da Oriana stessa per i lettori dell’Europeo”: un testo destinato, appunto, ai lettori della rivista con cui collaborava. La sua era una famiglia di antifascisti militanti. Il padre era iscritto al Partito socialista italiano (PSI) da quando aveva 17 anni:
«Ho avuto la fortuna di essere stata educata da due genitori molto coraggiosi. Coraggiosi fisicamente e moralmente. Mio padre, si sa, era un eroe della Resistenza e mia madre non gli è stata da meno».
Nonostante le condizioni della famiglia non fossero agiate, i pochi risparmi venivano investiti nell’acquisto di libri. Oriana Fallaci ebbe per tutta la vita una grande passione per i libri («Quando sono in una stanza senza libri mi sembra d’essere in una stanza vuota»); negli anni acquistò anche molti libri antichi creando una collezione che prima della sua morte donò alla Pontificia Università Lateranense di Roma.
Dopo la caduta del regime fascista, nel luglio del 1943, suo padre entrò nella Resistenza e portò con sé la figlia che aveva 14 anni. Con la sua bicicletta e il nome di battaglia “Emilia”, Oriana Fallaci affiancò il padre in varie operazioni, fece da staffetta consegnando ai compagni partigiani armi, giornali clandestini e messaggi e accompagnando i prigionieri inglesi e americani fuggiti dai campi di concentramento italiani dopo l’8 settembre verso le linee degli Alleati. I grandi classici della letteratura pagati a rate dai genitori e la partecipazione alla Resistenza furono i due elementi fondamentali della sua formazione:
«La mia fanciullezza è piena di eroi perché ho avuto il privilegio di esser bambina in un periodo glorioso. Ho frequentato gli eroi come gli altri ragazzi collezionano i francobolli, ho giocato con loro come le altre bambine giocano con le bambole. Gli eroi, o coloro che mi sembravano tali, riempirono fino all’orlo undici mesi della mia vita: quelli che vanno dall’8 settembre 1943 all’11 agosto 1944, l’occupazione tedesca di Firenze. Credo di aver maturato a quel tempo la mia venerazione per il coraggio, la mia religione per il sacrificio, la mia paura per la paura» (“Se il sole muore”, 2010).
Gli inizi Nonostante la militanza nella Resistenza non perse nemmeno un anno di scuola, anzi: ne saltò uno, sostenne un esame per passare dalle magistrali al liceo classico e si diplomò con un anno di anticipo nel giugno del 1947. A settembre si iscrisse alla facoltà di Medicina e iniziò a lavorare per il quotidiano di Firenze Il Mattino dell’Italia centrale(il fratello del padre, Bruno Fallaci, era uno stimato giornalista e anche le due sorelle di Oriana, Neera e Paola, iniziarono a fare questo mestiere collaborando con Oggi e ilTempo). All’inizio Oriana Fallaci si occupò di cronaca nera. Poi lasciò l’università e iniziò a scrivere di cronaca giudiziaria e anche di argomenti di costume: è molto famoso un suo articolo del 7 dicembre del 1948 in cui descrisse le sfilate di Dior a Firenze.
Il suo obiettivo era diventare «scrittore» e il giornalismo per lei era inizialmente solo un modo per guadagnare dei soldi:
«Io più che il giornalista ho sempre pensato di fare lo scrittore. Quando ero bambina, a cinque o sei anni, non concepivo nemmeno per me un mestiere che non fosse il mestiere di scrittore. Io mi sono sempre sentita scrittore, ho sempre saputo d’essere uno scrittore, e quell’impulso è sempre stato avversato in me dal problema dei soldi, da un discorso che sentivo fare a casa: “Eh! Scrittore, scrittore! Lo sai quanti libri deve vendere uno scrittore per guadagnarsi da vivere? E lo sai quanto tempo ci vuole a uno scrittore per esser conosciuto e arrivare a vendere un libro?”» (Archivio privato Oriana Fallaci, Appunto dattiloscritto).
Nel 1951 un suo articolo fu pubblicato sul settimanale L’Europeo, uno dei più prestigiosi del tempo. Il pezzo si intitolava “Anche a Fiesole Dio ha avuto bisogno degli uomini” e raccontava la storia di un cattolico comunista di Fiesole a cui erano stati negati i sacramenti e i cui compagni vestiti da prete avevano inscenato un funerale religioso. Negli anni Cinquanta lavorò per Epoca (diretto dallo zio) e scrisse per L’Europeo altri articoli trasferendosi a Roma (dal settimanale verrà poi assunta nella redazione di Milano continuando le collaborazioni fino al 1977). Come le altre sue colleghe si occupò di temi considerati adatti a delle giornaliste: costume e spettacolo. Intervistò gli attori stranieri che lavorano a Cinecittà e i grandi attori e registi del cinema italiano: Fellini, Mastroianni, Totò, Anna Magnani. Nel frattempo partecipò a diversi viaggi organizzati per la stampa nel mondo. Nel 1954 andò per esempio a Teheran e intervistò Soraya, la moglie dello Scià, e poi negli Stati Uniti: da quel viaggio nacque il reportage “Hollywood vista dal buco della serratura” che divenne anche il suo primo libro (“I sette peccati di Hollywood”).
A questa pubblicazione ne seguirono altre: “Il sesso inutile” (1961), nato da un reportage sulla condizione della donna in Oriente e Medio Oriente; “Penelope alla guerra”, il suo primo romanzo pubblicato nel 1962; “Gli antipatici” del 1963. Ebbero tutti un grande successo in Italia e vennero tradotti in diverse lingue. Oriana Fallaci poté a quel punto permettersi di comprare una grande casa in Toscana per i suoi genitori e di comprare per sé una casa a Manhattan, New York, dove si trasferì nel 1963. Diventata ormai famosa e riconosciuta, in quegli anni che cercò di occuparsi di cose che non fossero divi e mondanità: chiese a L’Europeo di poter andare in California e in Texas nelle basi della NASA per vedere da vicino come si preparavano gli astronauti e scrisse sull’argomento diversi articoli e due libri, anche questi di grande successo: “Se il sole muore” e “Quel giorno sulla Luna”.
Andare alla guerra Il 1967 e il 1968 furono gli anni più importanti per la carriera di Oriana Fallaci. Chiese e ottenne di essere inviata in Vietnam e fu l’unica giornalista italiana presente al fronte. Tornò più volte fino alla fine del conflitto, nel 1975, raccontando la vita quotidiana a Saigon, i bombardamenti, gli interrogatori dei prigionieri, le rappresaglie e realizzando molte interviste esclusive e reportage comprati e tradotti da importanti giornali internazionali. La sua posizione fu critica sia nei confronti dei soldati americani e sudvietnamiti sia nei confronti dei vietcong. Dalla guerra in Vietnam nacque il libro “Niente e così sia” (1969). In Vietnam conobbe François Pelou, giornalista francese direttore dell’Agence France Presse di Saigon, che diventò per alcuni anni il suo compagno. Nel 1968 era a Città del Messico alla vigilia delle Olimpiadi e restò ferita gravemente da un colpo di pistola nella repressione di una manifestazione studentesca di protesta (la credettero morta, poi dall’obitorio la trasferirono in ospedale).
Tra gli anni Sessanta e Settanta Oriana Fallaci si affermò come grande giornalista politica: raccontò la rivolta di Detroit dopo l’uccisione di Martin Luther King, il conflitto arabo-palestinese, le guerriglie contro le dittature del Sudamerica, la morte di Bob Kennedy, i conflitti in Asia. Soprattutto riuscì a realizzare molte interviste a personaggi politici che nessuno era mai riuscito ad avvicinare: Ali Bhutto in Pakistan, Haile Selassie in Etiopia, Indira Gandhi in India, Golda Meir, prima donna premier di Israele, Reza Pahlavi, penultimo Scià di Persia, Yassir Arafat, storico leader palestinese, Henry Kissinger e molti e molte altre. Le interviste furono pubblicate su L’Europeo e anche sul Corriere della Sera, con cui aveva nel frattempo iniziato a collaborare.
La tecnica con cui Oriana Fallaci conduceva le interviste era per l’epoca molto innovativa e la resero nota e apprezzata in tutto il mondo. In molti l’hanno paragonata a quella di un vero e proprio interrogatorio; le domande venivano preparate e studiate a tavolino nei minimi dettagli, registrate, e poi scritte e riscritte più volte, smontate e poi rimontate. Erano lontane – e per questo criticate da alcuni – dal cosiddetto giornalismo oggettivo e sempre filtrate dalle proprie posizioni e ideologie («Per esser buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato», dirà nel 2004 in “Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”). Ventisei di queste interviste furono raccolte nel 1974 in “Intervista con la storia”, edito da Rizzoli, diventato a quel punto il suo editore di riferimento.
Negli anni Settanta Oriana Fallaci pubblicò altri due libri: “Lettera a un bambino mai nato” (1975), proprio mentre in Italia si discuteva di legge sull’aborto, e “Un uomo” (1979). Entrambi parlavano di lei, dei suoi due aborti spontanei e del suo rapporto con Alexandros Panagulis, conosciuto come Alekos, uno dei leader della Resistenza greca alla dittatura dei Colonnelli che fu per per tre anni il suo compagno. Alekos era stato incarcerato nel 1968 dopo un attentato fallito a Papadòpoulos. Dopo la liberazione Oriana Fallaci lo incontrò, lo intervistò e se ne innamorò. Nel maggio del 1976 Alekos morì ad Atene in un incidente automobilistico le cui cause non furono chiarite: si pensò a un complotto, sul quale la Fallaci indagò per molto tempo. I libri nati in quegli anni furono tradotti e pubblicati in tutto il mondo.
Il libro successivo di Oriana Fallaci arrivò undici anni dopo: “Insciallah”, nel 1990. Fallaci tornò a occuparsi di guerre – soprattutto quella civile del Libano a partire dagli attentati di Beirut – ma anche di fondamentalismo islamico e delle storie dei soldati che componevano il contingente militare italiano. Nel frattempo, dopo la morte di Panagulis e della madre, aveva lasciato L’Europeo e era tornata a scrivere piuttosto raramente per riviste o quotidiani, continuando comunque a realizzare soprattutto interviste (a Khomeini, il leader religioso che aveva instaurato in Iran la Repubblica islamica: l’intervista durante la quale polemicamente si tolse il velo che le copriva la testa; a Muammar Gheddafi, dittatore della Libia; a Lech Walęsa agli inizi di Solidarność).
Gli ultimi anni
Nel 1992 Oriana Fallaci scoprì di avere il cancro e ne parlò in un’intervista alla RAI:
«Io non capisco questo pudore, questa avversione per la parola cancro. Non è neanche una malattia infettiva, non è neanche una malattia contagiosa. Bisogna fare come si fa qui in America, bisogna dirla questa parola. Serenamente, apertamente, disinvoltamente. Io-ho-il-cancro. Dirlo come si direbbe io ho l’epatite, io ho la polmonite, io ho una gamba rotta. Io ho fatto così, io faccio così e a far così mi sembra di esorcizzarlo».
Il suo rapporto con la malattia fu comunque piuttosto complicato (spesso vi faceva riferimento chiamandolo l'”Alieno”) soprattutto perché temeva le avrebbe impedito di finire il suo ultimo progetto editoriale: un grande romanzo storico che raccontasse la storia della sua famiglia dal Settecento al Novecento. Fallaci ci lavorò per più di quindici anni, facendo dettagliate e approfondite ricerche storiche. Non lo finì e venne pubblicato dopo la sua morte, avvenuta il 15 settembre del 2006, con il titolo “Un cappello pieno di ciliege” (2008).
Il lavoro di scrittura del romanzo familiare fu interrotto nel 2001. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York Oriana Fallaci scrisse un lungo articolo pubblicato dalCorriere della Sera il 29 settembre, intitolato “La rabbia e l’orgoglio“, con cui accusò l’Occidente e l’Europa di non avere avuto abbastanza coraggio nei confronti dell’Islam. L’articolo era molto originale e politicamente molto violento, e generò intorno reazioni altrettanto violente e un grande dibattito: per il Corriere fu un successo editoriale notevolissimo. Per Fallaci fu un rientro nella discussione giornalistica e politica molto intenso, che implicò litigi e tensioni personali con molti e il ritorno sulla scena del suo leggendario pessimo carattere. Quel testo fu accolto da molti come uno sfogo razzista e poco lucido privo di capacità di analisi equilibrata, e da altri come la liberazione di pensieri semplici ma fondati e troppo trattenuti da retoriche di correttezza politica. Fu in ogni caso un prodotto giornalistico di straordinario impatto e successo, cosa che dovette riconoscere anche chi non ne condivise niente.
I successivi tre anni Fallaci li trascorse ad argomentare la sua posizione pubblicando una trilogia (“La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione”, “Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”), schierandosi contro l’eutanasia sul Foglio in seguito allavicenda di Terri Schiavo e sul Corriere della Sera contro il referendum per estendere la ricerca sulle cellule staminali.
Conclusa questa fase in cui si occupò molto di attualità, riprese la scrittura del romanzo familiare: ma solo per un anno. Nell’estate del 2006, gravemente malata, volle tornare a Firenze dove morì il 15 settembre. Oriana Fallaci è sepolta nel cimitero degli Allori accanto ai suoi genitori; sulla sua lapide c’è scritto, per sua volontà: «Oriana Fallaci – Scrittore». L’ultima intervista la dette al New Yorker il 30 maggio del 2006 in un lungo articolo intitolato “The Agitator“: parlò della sua vita, attaccò di nuovo l’Islam, criticò sia Berlusconi che Prodi e concluse con una conferma alla sua lunga carriera: «Apro la mia boccaccia. E dico quello che mi pare».