sabato 20 luglio 2013
giovedì 18 luglio 2013
All.nr.153) GEN. MORI E COL. OBINU ASSOLTI MA LA PROC. CHIESE ARCH. ANCHE PER GEN. A. SUBRANNI DEFINITO "PUNCIUTO" DA BORSELLINO 18 luglio 2013 alle ore 12.41
DOPO L'ASSOLUZIONE DEL GEN. MORI E DEL COLONNELLO OBINU COME PREVEDIBILE SONO STATE DIVERSE LE REAZIONI DI TANTI SOGGETTI, ALCUNE LASCIANO IL TEMPO CHE TROVANO, ALTRE SONO PIUTTOSTO PREOCCUPANTI IN QUANTO, QUANDO SI VUOL FAR APPARIRE CHE LA "TRATTATIVA STATO-MAFIA" ALTRO NON E' CHE UNA PURA "INVENZIONE" DI MENTI FANTASIOSE, SI DA LUOGO ALLA PIU' "FALSA ED INFAME" MENZOGNA CHE MENTE UMANA POSSA PARTORIRE.
CHI SE NE FREGA SE CIO' (COME SEMBRA) EMERGE DALLA ASSOLUZIONE DI MORI E C. E CHI SE NEFREGA SE PERSONAGGI AUTOREVOLI HANNO SPOSATO QUESTA TESI CHE, IN QUANTO TALE E' A DIR POCO RIDICOLA.
LA TRATTATIVA STATO-MAFIA NON E' STATA UNA TEORIA O UNA SUPPOSIZIONE ED I DUE NOMI CHE SEGUONO DOVREBBERO FUGARE OGNI OMBRA DI DUBBIO SU QUESTA "REALTA' ": I SIGNORI FALCONE E BORSELLINO HANNO SPESO GRAN PARTE DELLA LORO VITA PROPRIO PER RACCOGLIERE TUTTI GLI ELEMENTI (ANCHE IL MINIMO DETTAGLIO) PER DIMOSTRARE TUTTI I LEGAMI TRA STATO E MAFIA (RICORDIAMOCI ANCHE IL MAXI-PROCESSO), PURTROPPO ENTRAMBI SONO STATI UCCISI E QUESTA, INCONFUTABILMENTE E' LA PROVA CHE ENTRAMBI AVEVANO INDIVIDUATO LA LINEA DA SEGUIRE E SAPEVANO COME MUOVERSI IN DETERMINATI AMBIENTI.
NON DIMENTICHIAMO LE PPAROLE DI BORSELLINO DOPO LA MORTE DI FALCONE: "ANCH'IO SARO' UCCISO MA NON SARA' LA MAFIA AD UCCIDERMI O MEGLIO, GLI ESECUTORI MATERIALI SARANNO DI COSA NOSTRA MA, I "MANDANTI" SARANNO ALTRI".
DI SEGUITO VENGONO RIPORTATI ALCUNI DOCUMENTI SIA RELATIVI A QUESTO PROCESSO NONCHE' PRECEDENTI A TALE PRONUNCIA E MOLTO INTERESSANTE E' IL FILMATO DELLE DICHIARAZIONI RIASSUNTIVE DI MARCO TRAVAGLIO MA, C'E' UN ALTRO PPARTICOLARE CHE NON PUO' E "NON DEVE" PASSARE IN SECONDO PIANO OSSIA, PRECEDENTEMENTE ALLA ASSOLUZIONE IN OGGETTO LA PROCURA AVEVA GIA' RICHIESTO (COME RISULTA DI SEGUITO), L'ARCHIVIAZIONE SIA PER IL GEN. MORI NONCHE' PER IL COL. OBINU MA, COSA INTERESSANTE E' QUELLA CHE TRA I NOMI DA "ARCHIVIARE" APPARE ANCHE TALE "SUBRANNI ANTONIO" EX GENERALE DEL ROS IL QUALE FU DEFINITO DA BORSELLINO "PUNCIUTO" E COME LE PERSONE IN BUONA FEDE SANNO ED AMMETTONO, BORSELLINO NON PARLAVA A VANVERA DI DETERMINATI FATTI E QUELLA NON FU NEMMENO UNA ESTERNAZIONE INTERROGATIVA IN UN CONTESTO TRA COLLEGHI D'UFFICIO MA FU CHIARAMENTE UNA SUA "AFFERMAZIONE" FATTA A SUA MOGLIE AGNESE PER RENDERLA EDOTTA DEL FATTO CHE I RISCHI ERANO IN UN CRESCENDO SPAVENTOSO ED INFATTI DUE GIORNI DOPO TALE AFFFERMAZIONE EBBE LUOGO LA STRAGE DI VIA D'AMELIO.
CON RIFERIMENTO AL TERMINE "PUNCIUTO", ADOPERATO DA BORSELLINO E RIVOLTO AL GEN. SUBRANNI PREGASI VISIONARE IL MIO POST NR. 152 (PUBBLICATO SULLA MIA PAGINA E COMUNQUE FACENTE PARTE DEL MIO BLOhttp://moonposter.blogspot.com).
PER CONCLUDERE, SE DA UNA SENTENZA EMERGE ANCHE IN MODO VELATO CHE LA TRATTATIVA STATO-MAFIA ALTRO NON E' CHE UNA FAVOLA I DUBBI NON DEVONO PIU' ESSERE DEFINITI TALI IN QUANTO TRATTASI DI CERTEZZE OSSIA VI E' LA CERTEZZA CHE ANCHE QUELLA CORTE SI E' PRONUNCIATA PER ASSERVIRE QUALCHE POTERE OCCULTO E CHE OCCULTO DEVE RIMANERE.
IN ULTIMO, POICHE' IL DISPOSITIVO DI QUELLA SENTENZA E': "PERCHE' IL FATTO NON COSTITUISCE REATO" SIAMO TUTTI CURIOSI DI SAPERE DI QUALE "FATTO" SI PARLA EFFETTIVAMENTE IN QUANTO COME TUTTI SAPPIAMO, LA NOSTRA MAGISTRATURA SI E' DIMOSTRATA ABILISSIMA NEL DISTORCERE, MASCHERARE ED OFFUSCARE ANCHE GLI ELEMENTI PIU' OGGETTIVI CHE AVEVA A DISPOSIZIONE.
CHIUDO RICORDANDO CHE LO "STATO-MAFIA" NON PERDE TEMPO IN SCIOCCHEZZE E PER CERTO NON UCCIDE CHI NON E' RITENUTO UN GRAVE PERICOLO PER COSA NOSTRA.
INFATTI, FALCONE E BORSELLINO NON SONO PIU' TRA NOI.
CHI VUOL INTENDERE INTENDA.
Assolto il Generale Mori per la trattativa Stato-Mafia, Travaglio e Ingroia vogliono suicidarsi
La Procura di Palermo aveva chiesto una condanna esemplare per il generale Mario Mori, ex ufficiale simbolo del Ros ed ex direttore del Sisde: 9 anni di carcere, “per aver favorito la latitanza di Bernardo Provenzano”. Ma la Quarta sezione del tribunale non ha accolto la richiesta e ha assolto Mori: “perché il fatto non costituisce reato”
Crollano completamente i presupposti del teorema della trattativa stato-mafia tanto a cari a Ingroia.
In particolare colpo durissimo per Travaglio che, pendendo dalle labbra del barbuto amico, aveva scritto quintalate di articoli attaccando più volte il generale Mori.
Fino a quando il Paese dovrà rimanere aggrappati a teoremi strampalati di questi personaggi?
Ciancimino Jr ammette: "Ingroia era dalla nostra parte e garantiva i nostri affari"
Chi aiutò Provenzano a non essere catturato per anni? Un amico di Ingroia e Travaglio
Travaglio "Tifo contro l'Italia, w la Spagna. Il calcio arma di distrazione di massa"
Il Cav condannato per una cena elegante, era meglio andare a pranzo con i giudici come Vendola
Ingroia, il magistrato partigiano cazziato dalle toghe rosse!
Qualcuno ha spiegato con facile penna che si trattava di un malanno momentaneo dal quale il magistrato era subitaneamente guarito; si è anche detto, con fervido esercizio di fantasia, che la richiesta di eliminare la sua testimonianza fosse dovuta a non meglio precisati “motivi di opportunità”.
Niente di tutto ciò è vero. In Italia se, perdurando la citazione, non ti presenti a testimoniare senza un più che valido motivo di impedimento, vieni “opportunamente” accompagnato in aula dai carabinieri. Così sta scritto nel codice di procedura penale ad oggi in vigore.
Non si trattava neppure di un passeggero malanno di stagione. A dircelo sono le parole dello stesso Tinebra, che il 19 gennio 2010 scrive al Presidente del Tribunale di Palermo e al pubblico ministero Nino Di Matteo: «Con riferimento alla citazione in oggetto rappresento subito alle SS.VV. Ill.me la mia più totale ed incondizionata disponibilità a conformarmi alle Loro determinazioni. Non posso però sottacere la difficoltà a conformarmi alla detta data in dipendenza dell’imminenza dell’inaugurazione del nuovo Anno Giudiziario, adempimento che mi vede pesantemente e direttamente coinvolto nella sua organizzazione e celebrazione, anche in relazione alle mie condizioni di salute. Inoltre, e soprattutto, rappresento che le mie condizioni, così come descritte nella certificazione che allego, consiglierebbero di soprassedere dall’esecuzione dell’incombente in oggetto; e ciò sia in relazione alla stancabilità di cui sono affetto ed allanon sempre brillante memoria di cui dispongo, sia in relazione alla scarsa coordinazione dell’attività fisica che mi affligge, scarsa coordinazione che mi comporta spesso reazioni emozionali assolutamente spropositate (circostanza questa che potrebbe viziare il giudizio di eventuali osservatori). Mi permetto pertanto di rassegnare alle Loro Signorie istanza di soprassedere all’incombente in oggetto».
Fin qui la lettera. Vediamo il certificato medico allegato agli atti dell’udienza (stiamo parlando di atti pubblici, quindi i difensori della privacy stiano calmi). A firmarlo è il primario di neurologia dell’Ospedale Cannizzaro di Catania, Erminio Costanzo, persona di provata buona fede e di sicuro valore scientifico. Scrive il neurologo: «il dottor Giovanni Tinebra è affetto da ‘sindrome parkinsoniana’ con tremore a riposo agli arti superiori (sinistro e destro), apofonia con bradilalia. Tale situazione clinica (aspetto motorio) e il marcato riverbero neuro-vegetativo (sudorazione improvvisa, rash cutaneo eccetera) oltre ad un disagio psicologico di base si accentua nei momenti di stress arrivando talvolta a rallentare il flusso ideico e il rashival mnesico». L’unico caso di guarigione da un quadro clinico di tal fatta è quello di una suora, guarita dall’intervento miracoloso di Papa Wojtyla; caso inserito nel processo di beatificazione di Giovanni Paolo II. Bisogna avvertire la Santa Sede di un nuovo miracolo del defunto Pontefice?
Questi sono gli atti. Sono carte processuali, non memoriali scombinati come quelli che circolano in questi giorni. Memoriali e pamphlet che nei toni ricordando molto le sinistre lettere del Corvo e puntano in modo maniacale su magistrati che conducono inchieste delicatissime e turbano i sonni dei potenti di Catania e non solo di Catania.
I fatti che avevamo qui riferito, con al seguito le carte raccolte a Palermo da un altro collega, adesso sono arrivate in Parlamento grazie ad un’interrogazione presentata dall’on. Rita Bernardini del Pd/Radicali che chiede al ministro della Giustizia di non dare il suo concerto di fronte ad un’eventuale malaugurata nomina di Tinebra e di adoperarsi affinché a Catania arrivi unProcuratore esterno alla città. Un’opzione sulla quale non si può che concordare.
Mafia: assolti Mario Mori e Mauro Obinu
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A parlare per loro è Basilio Milio, legale della difesa assieme a Enzo Musco. Inevitabile la sua soddisfazione: “Eravamo convinti che si sarebbe arrivati ad una assoluzione, ma visti i condizionamenti ambientali registrati fino a ieri non vi nascondo che c'era, da parte nostra, qualche timore. I giudici hanno, però, confermato di essere autonomi. Dedico questa vittoria a mio padre (il riferimento è allo storico avvocato Pietro Milio, difensore di Mori, venuto a mancare qualche anno fa a causa di una malattia, ndr)". A fare da contraltare la frase secca del pubblico ministero Antonino Di Matteo, rappresentante dell'accusa assieme al procuratore aggiunto Vittorio Teresi e ai sostituti Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia (all'inizio c'era anche l'ex procuratore aggiunto Antonio Ingroia ndr): “Sono un magistrato e quindi rispetto la sentenza anche se non la condivido in nessuno dei suoi punti. Faremo sicuramente ricorso”. La battaglia giudiziaria, dunque, non è chiusa. Il riferimento è anche alla decisione del Tribunale di trasmettere gli atti alla Procura affinché si valuti la posizione di due testimoni del processo, Massimo Ciancimino e Michele Riccio. Due testimoni sulla cui attendibilità l'accusa mai ha nutrito dubbi.
Poco più di cinque anni. Tanto è durato il processo di primo grado al generale Mori e al colonnello Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato dall'agevolazione di Cosa nostra. Un processo che muove i primi passi nel 2008, quando il giudice per le indagini preliminari impose un procedimento che all'inizio la Procura non voleva celebrare. Mori, ex capo del Ros ed ex direttore del Servizio segreto civile, e Obinu sono accusati del mancato blitz di Mezzojuso dove, secondo la Procura, si sarebbe potuto catturare Bernardo Provenzano già il 31 ottobre 1995. E cioè undici anni prima che lo scovassero a Montagna dei cavalli. Ne era certo il confidente Luigi Ilardo che lo raccontò al colonnello Michele Riccio. Mori e gli altri alti ufficiali del Ros hanno sempre replicato sostenendo che mai il colonnello Riccio aveva parlato con chiarezza della presenza di Provenzano nel covo. Di parere opposto i pubblici ministeri secondo cui, i due imputati non avrebbero sviluppato le piste di indagine collegate al mancato blitz che avrebbero potuto consentire l'arresto del superboss anche successivamente.
E Mori si ritrovò sotto accusa proprio com'era avvenuto per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina. I carabinieri del Ros vi entrarono diciotto giorni dopo la cattura del "capo dei capi" corleonese il 15 gennaio del 1993. Allora era imputato pure il "capitano Ultimo", l'ufficiale che mise le manette al padrino. Entrambi furono assolti. Qualche tempo dopo arrivarono le dichiarazioni di Michele Riccio, il quale raccontò che alle confidenze di Ilardo, che sarebbe stato ucciso nel 1996, Mori e Obinu gli avrebbero risposto che mancavano i mezzi tecnici per intervenire e che comunque avrebbe provveduto il Ros. E così i militari si limitarono a scattare qualche foto.
Nel 2007 la stessa Procura chiede l'archiviazione per tutti, ritenendo che mancasse la volontà di Mori, Obinu e del genarale Antonio Subranni di far scappare Provenzano. Il Gip Maria Pino non ci sta e ordina nuove indagini, usando parole dure contro il generale Mori. Il 4 gennaio 2008 le nuove indagini si concludono con un nuovo capo di imputazione: non solo Mori e Obinu non avrebbero attivato l'adeguato servizio a Mezzojuso, ma nulla fecero successivamente "nonostante Ilardo avesse confermato l'abitualità dell'utilizzo di quei luoghi per riunioni cui partecipava il latitante". Ed ancora: non si verificò la presenza di Provenzano in quella parte della provincia palermitana, né si indagò sulle persone (Giovanni Napoli e Nicolò La Barbera) indicate da Ilardo come l'anello di congiunzione tra Provenzano e gli altri capimafia. In più la notizia del mancato blitz fu comunicata solo nove mesi dopo, e quando ormai Ilardo era stato ammazzato.
Il 14 aprile 2008 arriva il rinvio a giudizio di Mori e Obinu per favoreggiamento aggravato dall'agevolazione di Cosa nostra, deciso dal gup Mario Conte. Ad un certo punto nel processo irrompe la figura di Massimo Ciancimino. Fu il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo a dire che "Provenzano era garantito da un accordo stabilito anche grazie a mio padre tra il maggio e il dicembre del 1992. Provenzano godeva di immunità territoriale in Italia grazie a questo accordo".
E si arriva fino ai giorni nostri con le pesanti richieste di pena: 9 anni per Mori, sei anni e mezzo per Obinu in un processo che nel frattempo si è trasformato in un'anticipazione, per altro sostanziosa e sostanziale, di un altro dibattimento, quello sulla trattativa Stato-mafia. La mancata cattura del padrino Corleonese sarebbe stata una tappa del presunto e scellerato patto che pezzi dello Stato, dal ’92, avrebbero stretto con Cosa nostra.
Mario Mori e mauro Obinu: i pubblici ministeri li hanno definiti “servitori infedeli dello Stato”, traditori della Costituzione e dell'Arma dei carabinieri. “Non è stato facile - disse nella requisitoria il pm Di Matteo - accusare ufficiali con i quali avevamo lavorato, non è agevole affrontare il rischio che il processo sia inteso come un atto d'accusa a tutto il Ros dei carabinieri.Ma gli elementi a carico degli imputati sono gravi, precisi e convergenti al di là di ogni ragionevole dubbio”. E portavano diritto, secondo l'accusa, alla conclusione che Mori e Obinu, “contribuirono ad adottare una politica criminale sciagurata che portò alla mediazione e finì per favorire l’ala ritenuta più moderata di Cosa nostra, quella di Bernardo Provenzano, nella consapevolezza che questi avrebbe scelto la linea del basso profilo e della normalizzazione e messo fine alla strategia stragista”.
Secondo l'accusa, il patto Stato-mafia sarebbe passato attraverso la sostituzione di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino al vertice del Viminale e l’avvicendamento al Dap. Due mosse politiche che, per l’accusa, avrebbero allontanato dal ministero dell’Interno un personaggio scomodo per la mafia e messo alla guida dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria due personaggi, Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio, favorevoli a un sostanziale ammorbidimento del carcere duro per i boss. Un capitolo, quello del 41 bis, al centro del cosiddetto «papello», l’elenco che, a giugno del 1992, Totò’ Riina avrebbe fatto avere allo Stato per fare cessare le bombe.
Una tricostruzione che gli imputati hanno sempre respinto con fermezza. "L'accusa rivolta ai miei ufficiali e a me di avere perseguito obiettivi di politica criminale è offensiva, in quanto gratuitamente espressa – disse Mori - Tale grave accusa, infatti, pronunciata in un'aula di giustizia, senza che sia sostenuta da concreti elementi di riscontro, si configura semplicemente come un calunnioso espediente dialettico, mirato a fare prevalere comunque una tesi di parte. E che questa affermazione sia infondata e di parte io non lo affermo solamente, ma lo dimostrerò con le mie dichiarazioni". Sulla stessa lunghezza d'onda il colonnello Obinu. "Mi sembrano davvero assurdi i sillogismi e le deduzioni che legano, non si capisce in che modo, il mio operato alla protezione di latitanti come Bernardo Provenzano. Alle caustiche espressioni usate contro di me nella requisitoria non voglio replicare".
Oggi il Tribunale gli ha dato ragione. Trenta minuti dopo le 17, il presidente Fontana li manda assolti. Fuori dall'aula qualche rappresentante del movimento delle agente rosse grida “vergogna, vergogna”. E adesso l'attenzione si sposta sulle motivazioni. Ci vorranno tre mesi per conoscere le ragioni del verdetto che offre, sin d'ora, spunti di riflessione. L'assoluzione è con la formula perché il fatto non costituisce reato. Dunque, il fatto sarebbe stato commesso ma senza dolo? Porprio come avvenne nel caso della mancata perquisizione nel covo di Riina? E perché la trasmissione degli atti alla Porcura per valutare le deposizioni di Riccio e Ciancimino? Quali passaggi delle loro dichiarazioni non hanno convinto il Tribunale? Interrogativi aperti. La storia oggi, però, dice che Mori e Obinu non hanno commesso alcun reato.
MOLTO INTERESSANTE ED ESAUSTIVO IL DOCUMENTO CHE SEGUE, LUNGA RICOSTRUZIONE DI MARCO TRAVAGLIO IL QUALE COMUNQUE IN QUESTA MATERIA SI BASA SU DATI OGGETTIVI MOLTI DEI QUALI SONO NOTI A TUTTI.
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=bnqmr4usdr0
Crollano completamente i presupposti del teorema della trattativa stato-mafia tanto a cari a Ingroia.
In particolare colpo durissimo per Travaglio che, pendendo dalle labbra del barbuto amico, aveva scritto quintalate di articoli attaccando più volte il generale Mori.
Fino a quando il Paese dovrà rimanere aggrappati a teoremi strampalati di questi personaggi?
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Giovanni Pancari
Qualche giorno fa avevo scritto un post a proposito della singolare posizione del procuratore generale di Catania, Giovanni Tinebra che, sempre nella città etnea, concorre, con più di una speranza di successo, alla carica di Procuratore della Repubblica e nel contempo si dichiarava malato al punto da non poter testimoniare nel processo Mori. Fatti che appaiono tra loro in evidente contraddizione.Qualcuno ha spiegato con facile penna che si trattava di un malanno momentaneo dal quale il magistrato era subitaneamente guarito; si è anche detto, con fervido esercizio di fantasia, che la richiesta di eliminare la sua testimonianza fosse dovuta a non meglio precisati “motivi di opportunità”.
Niente di tutto ciò è vero. In Italia se, perdurando la citazione, non ti presenti a testimoniare senza un più che valido motivo di impedimento, vieni “opportunamente” accompagnato in aula dai carabinieri. Così sta scritto nel codice di procedura penale ad oggi in vigore.
Non si trattava neppure di un passeggero malanno di stagione. A dircelo sono le parole dello stesso Tinebra, che il 19 gennio 2010 scrive al Presidente del Tribunale di Palermo e al pubblico ministero Nino Di Matteo: «Con riferimento alla citazione in oggetto rappresento subito alle SS.VV. Ill.me la mia più totale ed incondizionata disponibilità a conformarmi alle Loro determinazioni. Non posso però sottacere la difficoltà a conformarmi alla detta data in dipendenza dell’imminenza dell’inaugurazione del nuovo Anno Giudiziario, adempimento che mi vede pesantemente e direttamente coinvolto nella sua organizzazione e celebrazione, anche in relazione alle mie condizioni di salute. Inoltre, e soprattutto, rappresento che le mie condizioni, così come descritte nella certificazione che allego, consiglierebbero di soprassedere dall’esecuzione dell’incombente in oggetto; e ciò sia in relazione alla stancabilità di cui sono affetto ed allanon sempre brillante memoria di cui dispongo, sia in relazione alla scarsa coordinazione dell’attività fisica che mi affligge, scarsa coordinazione che mi comporta spesso reazioni emozionali assolutamente spropositate (circostanza questa che potrebbe viziare il giudizio di eventuali osservatori). Mi permetto pertanto di rassegnare alle Loro Signorie istanza di soprassedere all’incombente in oggetto».
Fin qui la lettera. Vediamo il certificato medico allegato agli atti dell’udienza (stiamo parlando di atti pubblici, quindi i difensori della privacy stiano calmi). A firmarlo è il primario di neurologia dell’Ospedale Cannizzaro di Catania, Erminio Costanzo, persona di provata buona fede e di sicuro valore scientifico. Scrive il neurologo: «il dottor Giovanni Tinebra è affetto da ‘sindrome parkinsoniana’ con tremore a riposo agli arti superiori (sinistro e destro), apofonia con bradilalia. Tale situazione clinica (aspetto motorio) e il marcato riverbero neuro-vegetativo (sudorazione improvvisa, rash cutaneo eccetera) oltre ad un disagio psicologico di base si accentua nei momenti di stress arrivando talvolta a rallentare il flusso ideico e il rashival mnesico». L’unico caso di guarigione da un quadro clinico di tal fatta è quello di una suora, guarita dall’intervento miracoloso di Papa Wojtyla; caso inserito nel processo di beatificazione di Giovanni Paolo II. Bisogna avvertire la Santa Sede di un nuovo miracolo del defunto Pontefice?
Questi sono gli atti. Sono carte processuali, non memoriali scombinati come quelli che circolano in questi giorni. Memoriali e pamphlet che nei toni ricordando molto le sinistre lettere del Corvo e puntano in modo maniacale su magistrati che conducono inchieste delicatissime e turbano i sonni dei potenti di Catania e non solo di Catania.
I fatti che avevamo qui riferito, con al seguito le carte raccolte a Palermo da un altro collega, adesso sono arrivate in Parlamento grazie ad un’interrogazione presentata dall’on. Rita Bernardini del Pd/Radicali che chiede al ministro della Giustizia di non dare il suo concerto di fronte ad un’eventuale malaugurata nomina di Tinebra e di adoperarsi affinché a Catania arrivi unProcuratore esterno alla città. Un’opzione sulla quale non si può che concordare.
Mafia: assolti Mario Mori e Mauro Obinu
Di Matteo: "Rispetto la sentenza, ma faremo ricorso"
Mercoledì 17 Luglio 2013 - 17:35 di Riccardo Lo Verso
Leggi il dispositivo della sentenza emessa dai giudici della quarta sezione del tribunale di Palermo. I due erano accusati di non avere catturato, nell'ottobre del 1995, il boss Bernardo Provenzano al bivio di Mezzojuso, consentendogli, così, di rimanere latitante. Disposta la trasmissione degli atti in procura relativamente alle testimonianze di Massimo Ciancimino e Michele Riccio, per valutare le loro dichiarazioni. Il figlio dell'ex sindaco di Palermo: "Dal tribunale una mossa provicatoria". La rabbia del movimento delle Agende rosse: "Indignati, questo processo è la prova che lo Stato non processa se stesso".
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Mauro Obinu lascia il tribunale di Palermo (foto Andrea Tuttoilmondo)
PALERMO - Mezz'ora dopo le 17, con una puntualità spesso disattesa nelle aule di giustizia, suona la campanella che precede l'ingresso della Corte. E il presidente del Tribunale, Mario Fontana, pronuncia la frase che suona come musica per le orecchie dei due imputati. Mario Mori e Mauro Obinu vengono assolti con la formula perché il fatto non costituisce reato. Vanno via in silenzio, senza rilasciare alcuna battuta.A parlare per loro è Basilio Milio, legale della difesa assieme a Enzo Musco. Inevitabile la sua soddisfazione: “Eravamo convinti che si sarebbe arrivati ad una assoluzione, ma visti i condizionamenti ambientali registrati fino a ieri non vi nascondo che c'era, da parte nostra, qualche timore. I giudici hanno, però, confermato di essere autonomi. Dedico questa vittoria a mio padre (il riferimento è allo storico avvocato Pietro Milio, difensore di Mori, venuto a mancare qualche anno fa a causa di una malattia, ndr)". A fare da contraltare la frase secca del pubblico ministero Antonino Di Matteo, rappresentante dell'accusa assieme al procuratore aggiunto Vittorio Teresi e ai sostituti Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia (all'inizio c'era anche l'ex procuratore aggiunto Antonio Ingroia ndr): “Sono un magistrato e quindi rispetto la sentenza anche se non la condivido in nessuno dei suoi punti. Faremo sicuramente ricorso”. La battaglia giudiziaria, dunque, non è chiusa. Il riferimento è anche alla decisione del Tribunale di trasmettere gli atti alla Procura affinché si valuti la posizione di due testimoni del processo, Massimo Ciancimino e Michele Riccio. Due testimoni sulla cui attendibilità l'accusa mai ha nutrito dubbi.
Poco più di cinque anni. Tanto è durato il processo di primo grado al generale Mori e al colonnello Obinu, imputati di favoreggiamento aggravato dall'agevolazione di Cosa nostra. Un processo che muove i primi passi nel 2008, quando il giudice per le indagini preliminari impose un procedimento che all'inizio la Procura non voleva celebrare. Mori, ex capo del Ros ed ex direttore del Servizio segreto civile, e Obinu sono accusati del mancato blitz di Mezzojuso dove, secondo la Procura, si sarebbe potuto catturare Bernardo Provenzano già il 31 ottobre 1995. E cioè undici anni prima che lo scovassero a Montagna dei cavalli. Ne era certo il confidente Luigi Ilardo che lo raccontò al colonnello Michele Riccio. Mori e gli altri alti ufficiali del Ros hanno sempre replicato sostenendo che mai il colonnello Riccio aveva parlato con chiarezza della presenza di Provenzano nel covo. Di parere opposto i pubblici ministeri secondo cui, i due imputati non avrebbero sviluppato le piste di indagine collegate al mancato blitz che avrebbero potuto consentire l'arresto del superboss anche successivamente.
E Mori si ritrovò sotto accusa proprio com'era avvenuto per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina. I carabinieri del Ros vi entrarono diciotto giorni dopo la cattura del "capo dei capi" corleonese il 15 gennaio del 1993. Allora era imputato pure il "capitano Ultimo", l'ufficiale che mise le manette al padrino. Entrambi furono assolti. Qualche tempo dopo arrivarono le dichiarazioni di Michele Riccio, il quale raccontò che alle confidenze di Ilardo, che sarebbe stato ucciso nel 1996, Mori e Obinu gli avrebbero risposto che mancavano i mezzi tecnici per intervenire e che comunque avrebbe provveduto il Ros. E così i militari si limitarono a scattare qualche foto.
Nel 2007 la stessa Procura chiede l'archiviazione per tutti, ritenendo che mancasse la volontà di Mori, Obinu e del genarale Antonio Subranni di far scappare Provenzano. Il Gip Maria Pino non ci sta e ordina nuove indagini, usando parole dure contro il generale Mori. Il 4 gennaio 2008 le nuove indagini si concludono con un nuovo capo di imputazione: non solo Mori e Obinu non avrebbero attivato l'adeguato servizio a Mezzojuso, ma nulla fecero successivamente "nonostante Ilardo avesse confermato l'abitualità dell'utilizzo di quei luoghi per riunioni cui partecipava il latitante". Ed ancora: non si verificò la presenza di Provenzano in quella parte della provincia palermitana, né si indagò sulle persone (Giovanni Napoli e Nicolò La Barbera) indicate da Ilardo come l'anello di congiunzione tra Provenzano e gli altri capimafia. In più la notizia del mancato blitz fu comunicata solo nove mesi dopo, e quando ormai Ilardo era stato ammazzato.
Il 14 aprile 2008 arriva il rinvio a giudizio di Mori e Obinu per favoreggiamento aggravato dall'agevolazione di Cosa nostra, deciso dal gup Mario Conte. Ad un certo punto nel processo irrompe la figura di Massimo Ciancimino. Fu il figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo a dire che "Provenzano era garantito da un accordo stabilito anche grazie a mio padre tra il maggio e il dicembre del 1992. Provenzano godeva di immunità territoriale in Italia grazie a questo accordo".
E si arriva fino ai giorni nostri con le pesanti richieste di pena: 9 anni per Mori, sei anni e mezzo per Obinu in un processo che nel frattempo si è trasformato in un'anticipazione, per altro sostanziosa e sostanziale, di un altro dibattimento, quello sulla trattativa Stato-mafia. La mancata cattura del padrino Corleonese sarebbe stata una tappa del presunto e scellerato patto che pezzi dello Stato, dal ’92, avrebbero stretto con Cosa nostra.
Mario Mori e mauro Obinu: i pubblici ministeri li hanno definiti “servitori infedeli dello Stato”, traditori della Costituzione e dell'Arma dei carabinieri. “Non è stato facile - disse nella requisitoria il pm Di Matteo - accusare ufficiali con i quali avevamo lavorato, non è agevole affrontare il rischio che il processo sia inteso come un atto d'accusa a tutto il Ros dei carabinieri.Ma gli elementi a carico degli imputati sono gravi, precisi e convergenti al di là di ogni ragionevole dubbio”. E portavano diritto, secondo l'accusa, alla conclusione che Mori e Obinu, “contribuirono ad adottare una politica criminale sciagurata che portò alla mediazione e finì per favorire l’ala ritenuta più moderata di Cosa nostra, quella di Bernardo Provenzano, nella consapevolezza che questi avrebbe scelto la linea del basso profilo e della normalizzazione e messo fine alla strategia stragista”.
Secondo l'accusa, il patto Stato-mafia sarebbe passato attraverso la sostituzione di Vincenzo Scotti con Nicola Mancino al vertice del Viminale e l’avvicendamento al Dap. Due mosse politiche che, per l’accusa, avrebbero allontanato dal ministero dell’Interno un personaggio scomodo per la mafia e messo alla guida dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria due personaggi, Adalberto Capriotti e Francesco Di Maggio, favorevoli a un sostanziale ammorbidimento del carcere duro per i boss. Un capitolo, quello del 41 bis, al centro del cosiddetto «papello», l’elenco che, a giugno del 1992, Totò’ Riina avrebbe fatto avere allo Stato per fare cessare le bombe.
Una tricostruzione che gli imputati hanno sempre respinto con fermezza. "L'accusa rivolta ai miei ufficiali e a me di avere perseguito obiettivi di politica criminale è offensiva, in quanto gratuitamente espressa – disse Mori - Tale grave accusa, infatti, pronunciata in un'aula di giustizia, senza che sia sostenuta da concreti elementi di riscontro, si configura semplicemente come un calunnioso espediente dialettico, mirato a fare prevalere comunque una tesi di parte. E che questa affermazione sia infondata e di parte io non lo affermo solamente, ma lo dimostrerò con le mie dichiarazioni". Sulla stessa lunghezza d'onda il colonnello Obinu. "Mi sembrano davvero assurdi i sillogismi e le deduzioni che legano, non si capisce in che modo, il mio operato alla protezione di latitanti come Bernardo Provenzano. Alle caustiche espressioni usate contro di me nella requisitoria non voglio replicare".
Oggi il Tribunale gli ha dato ragione. Trenta minuti dopo le 17, il presidente Fontana li manda assolti. Fuori dall'aula qualche rappresentante del movimento delle agente rosse grida “vergogna, vergogna”. E adesso l'attenzione si sposta sulle motivazioni. Ci vorranno tre mesi per conoscere le ragioni del verdetto che offre, sin d'ora, spunti di riflessione. L'assoluzione è con la formula perché il fatto non costituisce reato. Dunque, il fatto sarebbe stato commesso ma senza dolo? Porprio come avvenne nel caso della mancata perquisizione nel covo di Riina? E perché la trasmissione degli atti alla Porcura per valutare le deposizioni di Riccio e Ciancimino? Quali passaggi delle loro dichiarazioni non hanno convinto il Tribunale? Interrogativi aperti. La storia oggi, però, dice che Mori e Obinu non hanno commesso alcun reato.
MOLTO INTERESSANTE ED ESAUSTIVO IL DOCUMENTO CHE SEGUE, LUNGA RICOSTRUZIONE DI MARCO TRAVAGLIO IL QUALE COMUNQUE IN QUESTA MATERIA SI BASA SU DATI OGGETTIVI MOLTI DEI QUALI SONO NOTI A TUTTI.
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=bnqmr4usdr0
mercoledì 17 luglio 2013
All. nr.152) NUOVO FASCICOLO PAROLE DI BORSELLINO: SUBRANNI (Gen. del R.O.S.) E' "PUNCIUTO" RITO DI GIURAMENTO A COSA NOSTRA .
17 luglio 2013 alle ore 11.48
Punciuta
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Punciuta è un termine in lingua siciliana che significa puntura e dà il nome al rito di iniziazione per i membri di Cosa nostra.
Il rito [modifica]
L'iniziato viene condotto in una stanza alla presenza del rappresentante della famiglia e di altri semplici uomini d'onore. Uno dei momenti chiave, da cui la cerimonia prende il nome, è la puntura dell'indice della mano che l'iniziato utilizza per sparare con una spina di arancio amaro o, a seconda del clan mafioso, con un'apposita spilla d'oro[1].
Il sangue fuoriuscito viene usato per imbrattare un'immaginetta sacra a cui in seguito viene dato fuoco mentre il nuovo affiliato la tiene tra le mani e pronuncia un giuramento solenne: "giuro di essere fedele a cosa nostra. Se dovessi tradire le mie carni devono bruciare come brucia questa immagine"[1].
Successivamente, vengono letti i cosiddetti "comandamenti" che dovranno essere rigorosamente rispettati.
La punciuta oggi [modifica]
Col tempo e l'evoluzione del fenomeno mafioso, il tradizionale rito della puncitura è stato sostituito da metodi di iniziazione più sbrigativi e riservati[2][3]. Alcuni analisti hanno sottolineato come, alla fine degli anni novanta, la mafia abbia scelto di ripensare i propri principi fondanti tendendo a far coincidere la struttura criminale primaria con la famiglia naturale[4] e pertanto, per riconoscere gli affiliati, è sufficiente il solo legame di sangue senza necessità della punciuta, che serviva soprattutto per cooptare soggetti estranei al sodalizio familiare[4].
La formula del giuramento e l'elenco delle regole da rispettare sono stati trovati, nel novembre 2007, nel covo dei latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo: la circostanza del ritrovamento suggerisce che la tradizionale forma di iniziazione non sia andata completamente perduta[1].
La magistratura ha comunque accertato come alcuni soggetti, pur non affiliati in maniera formale a Cosa nostra attraverso il rito della punciuta, rivestano ruoli assai importanti nell'organigramma dell'associazione, con particolare riferimento agli imprenditori che, giustificando la propria vicinanza alla mafia con la necessità di lavorare in un contesto ambientale ostile, con la loro condotta traggono notevoli vantaggi di ordine economico e rafforzano la posizione sociale del clan malavitoso[5].
Note
Borsellino ucciso perché indagava sulla trattativa, trovato il fascicolo. E spuntano nomi “pesanti”.
Scritto da Il Fatto Quotidiano | Pubblicato Domenica, 14 Luglio 2013 07:05
SEGUI L'INFILTRATO
strage via damelio borsellino trattativa
La ricostruzione dei giornalisti del Fatto, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, mette i brividi: Borsellino è stato ucciso perché stava indagando, formalmente, sulla trattativa Stato-Mafia. La conferma arriva dal ritrovamento di un fascicolo assegnato a Borsellino in data 8 luglio 1992 (11 giorni prima di essere ucciso…) in cui viene fuori l’ufficialità dell’indagine e i nomi delle persone coinvolte. Nomi pesanti. Nomi di capimafia. Nomi di politici. Nomi di esponenti dei servizi segreti.
In piena stagione stragista, a metà giugno del ‘92, un anonimo di otto pagine scatenò fibrillazione e panico nei palazzi del potere politico-giudiziario: sosteneva che l'ex ministro dc Calogero Mannino aveva incontrato Totò Riina in una sacrestia di San Giuseppe Jato (Palermo). Una sorta di prologo della trattativa. Su quell'anonimo, si scopre oggi dai documenti prodotti dal pm Nino Di Matteo nell'aula del processo Mori, stava indagando formalmente Paolo Borsellino. Con un'indagine che il generale del Ros Antonio Subranni chiese ufficialmente di archiviare perché non meritava "l'attivazione della giustizia".
IL DOCUMENTO dell'assegnazione del fascicolo a Borsellino e a Vittorio Aliquò, datato 8 luglio 1992, insieme alle altre note inviate tra luglio e ottobre di quell'anno, non è stato acquisito al fascicolo processuale perché il presidente del Tribunale Mario Fontana non vi ha riconosciuto una "valenza decisiva" ai fini della sentenza sulla mancata cattura di Provenzano nel ‘95, che sarà pronunciata mercoledì prossimo.
Ma le note sono state trasmesse alla Procura nissena impegnata nella ricostruzione dello scenario che fa da sfondo al movente della strage di via D'Amelio. In aula a Caltanissetta, infatti, nei giorni scorsi, Carmelo Canale ha raccontato che il 25 giugno 1992, Borsellino, "incuriosito dall'anonimo" volle incontrare il capitano del Ros Beppe De Donno, in un colloquio riservato alla caserma Carini, proprio per conoscere quel carabiniere che voci ricorrenti tra i suoi colleghi indicavano come il "Corvo due", ovvero l'autore della missiva di otto pagine.
Quale fu il reale contenuto di quell'incontro? Per il pm, gli ufficiali del Ros, raccontando che con Borsellino quel giorno discussero solo della pista mafia-appalti , hanno sempre mentito: una bugia per negare l'esistenza della trattativa, come ha ribadito Di Matteo ieri in aula, nell'ultima replica. Tre giorni dopo, il 28 giugno, a Liliana Ferraro che gli parla dell'iniziativa avviata dal Ros con don Vito, Borsellino fa capire di sapere già tutto e dice: "Ci penso io".
Il primo luglio ‘92, a Palermo il procuratore Pietro Giammanco firma una delega al dirigente dello Sco di Roma e al comandante del Ros dei Carabinieri per l'individuazione dell'anonimo. Il 2 luglio, Subranni gli risponde con un biglietto informale: "Caro Piero, ho piacere di darti copia del comunicato dell'Ansa sull'anonimo. La valutazione collima con quella espressa da altri organi qualificati. Buon lavoro, affettuosi saluti".
NEL LANCIO Ansa, le "soffiate" del Corvo sono definite dai vertici investigativi "illazioni ed insinuazioni che possono solo favorire lo sviluppo di stagioni velenose e disgreganti". Come ha spiegato in aula Di Matteo, "il comandante del Ros, il giorno stesso in cui avrebbe dovuto cominciare ad indagare, dice al procuratore della Repubblica: guardate che stanno infangando Mannino".
Perché Subranni tiene a far sapere subito a Giammanco che l'indagine sul Corvo 2 va stoppata? Venerdì 10 luglio ‘92 Borsellino è a Roma e incontra proprio Subranni, che il giorno dopo lo accompagna in elicottero a Salerno. Borsellino (lo riferisce il collega Diego Cavaliero) quel giorno ha l'aria "assente". Decisivo, per i pm, è proprio quell'incontro con Subranni, indicato come l'interlocutore diretto di Mannino. È a Subranni che, dopo l'uccisione di Salvo Lima, l'ex ministro Dc terrorizzato chiede aiuto per aprire un "contatto" con i boss.
È allo stesso Subranni che Borsellino chiede conto e ragione di quella trattativa avviata con i capi mafiosi? No, secondo Basilio Milio, il difensore di Mori, che ieri in aula ha rilanciato: "Quell'incontro romano con Subranni è la prova che Borsellino certamente non aveva alcun sospetto sul Ros".
Il 17 luglio, però, Borsellino dice alla moglie Agnese che "Subranni è punciuto". Poche ore dopo, in via D'Amelio, viene messo a tacere per sempre. Nell'autunno successivo, il 3 ottobre, il comandante del Ros torna a scrivere all'aggiunto Aliquò, rimasto solo ad indagare sull'anonimo: "Mi permetto di proporre - lo dico responsabilmente - che la signoria vostra archivi immediatamente il tutto ai sensi della normativa vigente".
- See more at: http://www.infiltrato.it/inchieste/borsellino-ucciso-perche-indagava-sulla-trattativa-trovato-il-fascicolo-e-spuntano-nomi-pesanti?fb_comment_id=fbc_612126918821002_95946697_612272242139803#f2eeecc41c
Scritto da Il Fatto Quotidiano | Pubblicato Domenica, 14 Luglio 2013 07:05
SEGUI L'INFILTRATO
strage via damelio borsellino trattativa
La ricostruzione dei giornalisti del Fatto, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, mette i brividi: Borsellino è stato ucciso perché stava indagando, formalmente, sulla trattativa Stato-Mafia. La conferma arriva dal ritrovamento di un fascicolo assegnato a Borsellino in data 8 luglio 1992 (11 giorni prima di essere ucciso…) in cui viene fuori l’ufficialità dell’indagine e i nomi delle persone coinvolte. Nomi pesanti. Nomi di capimafia. Nomi di politici. Nomi di esponenti dei servizi segreti.
In piena stagione stragista, a metà giugno del ‘92, un anonimo di otto pagine scatenò fibrillazione e panico nei palazzi del potere politico-giudiziario: sosteneva che l'ex ministro dc Calogero Mannino aveva incontrato Totò Riina in una sacrestia di San Giuseppe Jato (Palermo). Una sorta di prologo della trattativa. Su quell'anonimo, si scopre oggi dai documenti prodotti dal pm Nino Di Matteo nell'aula del processo Mori, stava indagando formalmente Paolo Borsellino. Con un'indagine che il generale del Ros Antonio Subranni chiese ufficialmente di archiviare perché non meritava "l'attivazione della giustizia".
IL DOCUMENTO dell'assegnazione del fascicolo a Borsellino e a Vittorio Aliquò, datato 8 luglio 1992, insieme alle altre note inviate tra luglio e ottobre di quell'anno, non è stato acquisito al fascicolo processuale perché il presidente del Tribunale Mario Fontana non vi ha riconosciuto una "valenza decisiva" ai fini della sentenza sulla mancata cattura di Provenzano nel ‘95, che sarà pronunciata mercoledì prossimo.
Ma le note sono state trasmesse alla Procura nissena impegnata nella ricostruzione dello scenario che fa da sfondo al movente della strage di via D'Amelio. In aula a Caltanissetta, infatti, nei giorni scorsi, Carmelo Canale ha raccontato che il 25 giugno 1992, Borsellino, "incuriosito dall'anonimo" volle incontrare il capitano del Ros Beppe De Donno, in un colloquio riservato alla caserma Carini, proprio per conoscere quel carabiniere che voci ricorrenti tra i suoi colleghi indicavano come il "Corvo due", ovvero l'autore della missiva di otto pagine.
Quale fu il reale contenuto di quell'incontro? Per il pm, gli ufficiali del Ros, raccontando che con Borsellino quel giorno discussero solo della pista mafia-appalti , hanno sempre mentito: una bugia per negare l'esistenza della trattativa, come ha ribadito Di Matteo ieri in aula, nell'ultima replica. Tre giorni dopo, il 28 giugno, a Liliana Ferraro che gli parla dell'iniziativa avviata dal Ros con don Vito, Borsellino fa capire di sapere già tutto e dice: "Ci penso io".
Il primo luglio ‘92, a Palermo il procuratore Pietro Giammanco firma una delega al dirigente dello Sco di Roma e al comandante del Ros dei Carabinieri per l'individuazione dell'anonimo. Il 2 luglio, Subranni gli risponde con un biglietto informale: "Caro Piero, ho piacere di darti copia del comunicato dell'Ansa sull'anonimo. La valutazione collima con quella espressa da altri organi qualificati. Buon lavoro, affettuosi saluti".
NEL LANCIO Ansa, le "soffiate" del Corvo sono definite dai vertici investigativi "illazioni ed insinuazioni che possono solo favorire lo sviluppo di stagioni velenose e disgreganti". Come ha spiegato in aula Di Matteo, "il comandante del Ros, il giorno stesso in cui avrebbe dovuto cominciare ad indagare, dice al procuratore della Repubblica: guardate che stanno infangando Mannino".
Perché Subranni tiene a far sapere subito a Giammanco che l'indagine sul Corvo 2 va stoppata? Venerdì 10 luglio ‘92 Borsellino è a Roma e incontra proprio Subranni, che il giorno dopo lo accompagna in elicottero a Salerno. Borsellino (lo riferisce il collega Diego Cavaliero) quel giorno ha l'aria "assente". Decisivo, per i pm, è proprio quell'incontro con Subranni, indicato come l'interlocutore diretto di Mannino. È a Subranni che, dopo l'uccisione di Salvo Lima, l'ex ministro Dc terrorizzato chiede aiuto per aprire un "contatto" con i boss.
È allo stesso Subranni che Borsellino chiede conto e ragione di quella trattativa avviata con i capi mafiosi? No, secondo Basilio Milio, il difensore di Mori, che ieri in aula ha rilanciato: "Quell'incontro romano con Subranni è la prova che Borsellino certamente non aveva alcun sospetto sul Ros".
Il 17 luglio, però, Borsellino dice alla moglie Agnese che "Subranni è punciuto". Poche ore dopo, in via D'Amelio, viene messo a tacere per sempre. Nell'autunno successivo, il 3 ottobre, il comandante del Ros torna a scrivere all'aggiunto Aliquò, rimasto solo ad indagare sull'anonimo: "Mi permetto di proporre - lo dico responsabilmente - che la signoria vostra archivi immediatamente il tutto ai sensi della normativa vigente".
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Borsellino ucciso perché indagava sulla trattativa, trovato il fascicolo. E spuntano nomi “pesanti”.
La ricostruzione dei giornalisti del Fatto, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, mette i brividi: Borsellino è stato ucciso perché stava indagando, formalmente, sulla trattativa Stato-Mafia. La conferma a
venerdì 12 luglio 2013
All.nr.151) LA CORTE DEI CONTI CONDANNA L'EX GIUDICE EDI PINATTO. OK, DEVE PAGARE MA.....
12 luglio 2013 alle ore 12.54
Il punto che non deve essere perso di vista è che ok, otto anni per il deposito di una sentenza sono a dir poco "Inqualificabili" ma, come ben riportato nel documento che segue, il citato "Pinatto", ossia l'ex giudice, era a suo tempo P.M. in quel di Milano ed aveva già subito due procedimenti disciplinari in quanto noto lo stato di evidente "estasi contemplativa" nel quale cadeva ogni volta che il suo lavoro prevedeva la compilazione di documenti giudiziari di qualsiasi genere.
Adesso, anche con una minima riflessione si può comprendere che un soggetto del genere, se rimosso dalla sede milanese ove svolgeva le funzioni di magistrato "Inquirente", per certo non deve e non può essere trasferito in una località come "Gela" (Caltanissetta) e per di più ad espletare le funzioni di magistrato "Giudicante" in processi mastodontici contro "Cosa nostra".
I risultati sono quelli che conosciamo ma non può essere individuato, quale responsabile il solo "Pinatto" n quanto ogni procura ha il suo "Procuratore", ogni tribunale ha il suo "Presidente" così come ogni corte d'appello ha il suo procuratore generale presso quella sede.
Naturalmente non deve e non può essere dimenticato il noto "C.S.M." ossia l'organo di autogoverno della magistratura.
Infatti, sarà sempre troppo tardi quando tale istituzione cesserà di essere organo di "Autotutela" dei "Magistrati" (o, come nel caso presunti tali) volendo "Ignorare" le migliaia di denunce a carico dei "Togati" che, i cittadini propongono a seguito delle oramai classiche "Omissioni" di atti d'ufficio e della commissione di altri ben più gravi delitti ma, a proposito di quanto sopra, le disposizioni del citato c.s.m. pare che siano quelle di "Archiviare" aprioristicamente ed in modo pregiudiziale (in pratica "Insabbiare" sempre e comunque), qualsiasi denuncia sporta nei confronti di "Magistrati" i quali, consapevoli di ciò, continuano tranquillamente a delinquere come e quando vogliono e coloro che pagano sono i "Cittadini" i quali si ritrovano soli contro la "Casta" di "Intoccabili" che ben conosciamo.
Per concludere Ok, la notizia fa scalpore, otto anni per il deposito di una sentenza, il giudice rimosso e condannato al pagamento dei danni ma, che nessuno pensi che, con un "Pinatto" una tantum, possa essere considerato risolto il "Problema-Giustizia" poichè in questo paese la seconda è latitante e quindi resta esclusivamente il "Problema" costituito da una infinità di soggetti con la "Toga" i quali, quotidianamente si rendono responsabili delle cose più "Aberranti" e comunque sempre nel più totale disprezzo della legge penale la quale è sempre "Artatamente" manipolata per curare il prezzo o il profitto di qualcuno ed anche i precedenti arresti di altri due "Magistrati" (molto recenti) nonchè la denuncia televisiva di un Signor Giudice, appartenente al tribunale dei minori di Bologna, il quale ha esposto tutto il "Malaffare" che regna all'interno della "Casta" (meglio conosciuta come "Magistratura"), altro non sono che delle eccezioni che confermano una regola la quale consiste nello sfacciato potere in possesso di un ordine statale che, considerati i "Quattro milioni" di casi di malagiustizia, dal dopoguerra a tutt'oggi, non ha più ragione di esistere con questi presupposti e deve essere radicalmente riformato nella sua architettura come non ha mancato di ricordare anche il Presidente delle camere penali italiane durante un suo intervento televisivo.
QUASI QUASI DIFENDO EDI PINATTO
giovedì 26 marzo 2009di Mauro Mellini
L’idea che, forse, era il caso di spendere qualche parola in difesa del magistrato di Gela che aveva ritardato otto anni a depositare la sentenza in un processo di mafia, mandando così in prescrizione molti e gravi reati, Edi Pinatto l’ebbi già allora, lo confesso, quando scoppiò il caso di quel (non del tutto) incredibile ritardo.
Se non lo feci, anche questo lo confesso, fu per non dare ai molti che già lo ritengono, argomenti in pro della tesi, che io ho proprio il vizietto di voler andare contro corrente. Ma poi mi parve, e mi pare, che prima di Edi Pinatto c’è molta altra gente colpevole magari senza scusanti e, tuttavia, meritevoli di qualche evidente attenuante, per la quale non si trova un cane disposto ad invocare il senso delle proporzioni ed il dovere di non ignorare quel tanto di ragione che possono avere anche i colpevoli.
Soprattutto, però, a sollievo della colpa del magistrato più poltrone d’Italia (la definizione non è mia) più che l’invocazione di attenuante (che, se ce n’erano, in otto anni avevano fatto in tempo ad andare in fumo) era un richiamo all’osservanza della giustizia distributiva.
Se il giudice estensore di una sentenza, specie in un grosso processo con gravi imputazioni e molti imputati, tarda otto anni a redigerla e depositarla, non venite a dirmi che solo lui merita un provvedimento disciplinare. Presidente, procuratore della Repubblica, procuratore generale, avvocati (se non altro quelli di parte civile) e magari il cancelliere, che ci stanno a fare? Aspettavano proprio che il campione di lentezza avesse realizzato un primato indiscutibile ed imbattibile?
Nessuno, invece, a quanto pare, ha dovuto rispondere quanto meno di “culpa in vigilando”. E, magari, qualcun altro non avrebbe dovuto rispondere di “culpa in eligendo” per avergli consentito con una così spiccata propensione alla stasi contemplativa, di fare il magistrato e di affidargli pure la redazione di sentenze oggettivamente mastodontiche?
Tutto ciò è solo disagio per la sensazione che molte altre responsabilità siano state dimenticate. Non quindi attenuanti.
Attenuanti, semmai, avrebbero potuto adombrasi per una considerazione. Quella sentenza (processo, lo ripetiamo, di mafia), con molti imputati, testimoni (pentiti, magari) migliaia di pagine di verbali, chi sa quante udienze, capi di imputazione prolissi etc. etc. avrà comportato doversi redigere la solita sentenza “monumentale”. Monumentale, certo, ma non tale da richiedere per edificarla più tempo di quello occorso per costruire le piramidi.
Altri, questo è il punto, avrebbero impiegato assai meno. Sentenze di maxiprocessi, veramente monumentali, o meglio, mastodontiche, sono redatte da magistrati d’altro stampo in tempi lunghi, sì, ma, certo non lontanamente paragonabili al primato di Pinatto da Gela. Meraviglia delle meraviglie! Come avranno fatto certi giudici a stilare sentenze di tre, magari quattromila o più pagine in tot mesi, in un anno o giù di lì?
A conti fatti abbiamo medie di cento e passa pagine al giorno. Primati opposti a quello di Pinatto, a gloria della magistratura e ad esempio per le future generazioni. Già. Ma il miracolo, più che un miracolo è come si usa oggi dire, un tarocco. Ne scrissi qualcosa in un mio libro: “La fabbrica degli errori – breviario di patologia giudiziaria” in un capitolo intitolato “il computer imbroglione”. Cento pagine al giorno sono molte, anche per uno stakanovista delle sentenze. Ma che siano poi cento pagine di autentica “motivazione”, cioè qualcosa come la confessione del travaglio logico attraverso il quale si è giunti a quella decisione, è un’altra cosa. Non è solo in quel libro che si parla del metodo “copia e incolla” con il quale si edificano certe sentenze “monumentali”. Andate a leggerle: vi sono pezzi che ritroverete in decine di altre sentenze dello stesso estensore o di altri. E pagine di verbali di deposizioni di pentiti e di testi di pentitologia altrimenti definita scienza della prova e di altro. Sentenze della Cassazione a bizzeffe che c’entrano e, soprattutto, che non c’entrano un cavolo.
Quella della motivazione dei provvedimenti giudiziari è un obbligo stabilito dalla stessa Costituzione. Che non vieta il metodo “copia e incolla” (lo ha definito così, di recente, anche un insospettabile magistrato palermitano). Il che non significa che chi così costruisce le motivazioni, ubbidisca alla Costituzione. E nemmeno alla decenza ed alla buona fede. Colpa, certo, del computer, che rende questo metodo facilissimo da praticare e che quasi invita a praticarlo. Cioè a consumare, nella sostanza, un autentico falso, per non parlare alla beffa nei confronti del dettato costituzionale.
Questa, in sostanza, sarebbe stata la vera, se pur modesta, attenuante per Edi Pinatto giudice del Tribunale di Gela, primatista, etc. etc.
In sostanza: meglio poltrone che falsario.
Le cose cominciano a cambiare o, se vogliamo, si ripetono e meglio si comprendono, oggi, che leggiamo sui giornali che Edi Pinatto, già giudicato dalla Sezione Disciplinare del C.S.M. con sentenza di radiazione dall’Ordine Giudiziario, in attesa della decisione del suo ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione, è stato trasferito a Milano, con funzioni di P.M. Ad Edi Pinatto, è capitato, essendo di turno, di dover affrontare (con calma, s’intende) il caso di Moralit El Mustafà, agli arresti domiciliari con l’accusa, tra l’altro, di violenza sessuale su un ragazzino di manco quattordici anni. Esce il decreto che esclude dal “beneficio” dei domiciliari gli imputati di violenza sessuale. Passa un giorno, passa l’altro, Pinatto non chiede di “convertire” la misura cautelare in custodia carceraria.
Nel frattempo Mustafà, magari terrorizzato dall’idea di dover attendere otto anni la sentenza che lo proclamasse innocente, ha preso il largo e si è reso uccel di bosco.
“Perservare diabolicum” tuonano tutti i giornali. Eppure stavolta, che so, Pinatto avrà semplicemente avuto bisogno di riflettere per capir bene se una norma di carattere processuale (quale quella sulla custodia cautelare) ma relativa allo stato di libertà, potesse avere veramente e senza ledere il dettato costituzionale, effetto retroattivo, come si vuole abbia questo decreto.
In ogni caso, anche stavolta è proprio certo che altre responsabilità non si aggiungano a quelle dell’oramai emblematico magistrato? Come mai non è stato, intanto, sospeso cautelativamente? Con i suoi precedenti non avrebbe il capo dell’ufficio fatto bene a tenerlo d’occhio?
Comunque sia, è augurabile che le Sezioni Unite della Cassazione provvedano sollecitamente. Intanto, però, nessuno dovrebbe alleggerirsi la coscienza levando grida contro Pinatto.
E’ troppo comodo.
Adesso, anche con una minima riflessione si può comprendere che un soggetto del genere, se rimosso dalla sede milanese ove svolgeva le funzioni di magistrato "Inquirente", per certo non deve e non può essere trasferito in una località come "Gela" (Caltanissetta) e per di più ad espletare le funzioni di magistrato "Giudicante" in processi mastodontici contro "Cosa nostra".
I risultati sono quelli che conosciamo ma non può essere individuato, quale responsabile il solo "Pinatto" n quanto ogni procura ha il suo "Procuratore", ogni tribunale ha il suo "Presidente" così come ogni corte d'appello ha il suo procuratore generale presso quella sede.
Naturalmente non deve e non può essere dimenticato il noto "C.S.M." ossia l'organo di autogoverno della magistratura.
Infatti, sarà sempre troppo tardi quando tale istituzione cesserà di essere organo di "Autotutela" dei "Magistrati" (o, come nel caso presunti tali) volendo "Ignorare" le migliaia di denunce a carico dei "Togati" che, i cittadini propongono a seguito delle oramai classiche "Omissioni" di atti d'ufficio e della commissione di altri ben più gravi delitti ma, a proposito di quanto sopra, le disposizioni del citato c.s.m. pare che siano quelle di "Archiviare" aprioristicamente ed in modo pregiudiziale (in pratica "Insabbiare" sempre e comunque), qualsiasi denuncia sporta nei confronti di "Magistrati" i quali, consapevoli di ciò, continuano tranquillamente a delinquere come e quando vogliono e coloro che pagano sono i "Cittadini" i quali si ritrovano soli contro la "Casta" di "Intoccabili" che ben conosciamo.
Per concludere Ok, la notizia fa scalpore, otto anni per il deposito di una sentenza, il giudice rimosso e condannato al pagamento dei danni ma, che nessuno pensi che, con un "Pinatto" una tantum, possa essere considerato risolto il "Problema-Giustizia" poichè in questo paese la seconda è latitante e quindi resta esclusivamente il "Problema" costituito da una infinità di soggetti con la "Toga" i quali, quotidianamente si rendono responsabili delle cose più "Aberranti" e comunque sempre nel più totale disprezzo della legge penale la quale è sempre "Artatamente" manipolata per curare il prezzo o il profitto di qualcuno ed anche i precedenti arresti di altri due "Magistrati" (molto recenti) nonchè la denuncia televisiva di un Signor Giudice, appartenente al tribunale dei minori di Bologna, il quale ha esposto tutto il "Malaffare" che regna all'interno della "Casta" (meglio conosciuta come "Magistratura"), altro non sono che delle eccezioni che confermano una regola la quale consiste nello sfacciato potere in possesso di un ordine statale che, considerati i "Quattro milioni" di casi di malagiustizia, dal dopoguerra a tutt'oggi, non ha più ragione di esistere con questi presupposti e deve essere radicalmente riformato nella sua architettura come non ha mancato di ricordare anche il Presidente delle camere penali italiane durante un suo intervento televisivo.
QUASI QUASI DIFENDO EDI PINATTO
L’idea che, forse, era il caso di spendere qualche parola in difesa del magistrato di Gela che aveva ritardato otto anni a depositare la sentenza in un processo di mafia, mandando così in prescrizione molti e gravi reati, Edi Pinatto l’ebbi già allora, lo confesso, quando scoppiò il caso di quel (non del tutto) incredibile ritardo.
Se non lo feci, anche questo lo confesso, fu per non dare ai molti che già lo ritengono, argomenti in pro della tesi, che io ho proprio il vizietto di voler andare contro corrente. Ma poi mi parve, e mi pare, che prima di Edi Pinatto c’è molta altra gente colpevole magari senza scusanti e, tuttavia, meritevoli di qualche evidente attenuante, per la quale non si trova un cane disposto ad invocare il senso delle proporzioni ed il dovere di non ignorare quel tanto di ragione che possono avere anche i colpevoli.
Soprattutto, però, a sollievo della colpa del magistrato più poltrone d’Italia (la definizione non è mia) più che l’invocazione di attenuante (che, se ce n’erano, in otto anni avevano fatto in tempo ad andare in fumo) era un richiamo all’osservanza della giustizia distributiva.
Se il giudice estensore di una sentenza, specie in un grosso processo con gravi imputazioni e molti imputati, tarda otto anni a redigerla e depositarla, non venite a dirmi che solo lui merita un provvedimento disciplinare. Presidente, procuratore della Repubblica, procuratore generale, avvocati (se non altro quelli di parte civile) e magari il cancelliere, che ci stanno a fare? Aspettavano proprio che il campione di lentezza avesse realizzato un primato indiscutibile ed imbattibile?
Nessuno, invece, a quanto pare, ha dovuto rispondere quanto meno di “culpa in vigilando”. E, magari, qualcun altro non avrebbe dovuto rispondere di “culpa in eligendo” per avergli consentito con una così spiccata propensione alla stasi contemplativa, di fare il magistrato e di affidargli pure la redazione di sentenze oggettivamente mastodontiche?
Tutto ciò è solo disagio per la sensazione che molte altre responsabilità siano state dimenticate. Non quindi attenuanti.
Attenuanti, semmai, avrebbero potuto adombrasi per una considerazione. Quella sentenza (processo, lo ripetiamo, di mafia), con molti imputati, testimoni (pentiti, magari) migliaia di pagine di verbali, chi sa quante udienze, capi di imputazione prolissi etc. etc. avrà comportato doversi redigere la solita sentenza “monumentale”. Monumentale, certo, ma non tale da richiedere per edificarla più tempo di quello occorso per costruire le piramidi.
Altri, questo è il punto, avrebbero impiegato assai meno. Sentenze di maxiprocessi, veramente monumentali, o meglio, mastodontiche, sono redatte da magistrati d’altro stampo in tempi lunghi, sì, ma, certo non lontanamente paragonabili al primato di Pinatto da Gela. Meraviglia delle meraviglie! Come avranno fatto certi giudici a stilare sentenze di tre, magari quattromila o più pagine in tot mesi, in un anno o giù di lì?
A conti fatti abbiamo medie di cento e passa pagine al giorno. Primati opposti a quello di Pinatto, a gloria della magistratura e ad esempio per le future generazioni. Già. Ma il miracolo, più che un miracolo è come si usa oggi dire, un tarocco. Ne scrissi qualcosa in un mio libro: “La fabbrica degli errori – breviario di patologia giudiziaria” in un capitolo intitolato “il computer imbroglione”. Cento pagine al giorno sono molte, anche per uno stakanovista delle sentenze. Ma che siano poi cento pagine di autentica “motivazione”, cioè qualcosa come la confessione del travaglio logico attraverso il quale si è giunti a quella decisione, è un’altra cosa. Non è solo in quel libro che si parla del metodo “copia e incolla” con il quale si edificano certe sentenze “monumentali”. Andate a leggerle: vi sono pezzi che ritroverete in decine di altre sentenze dello stesso estensore o di altri. E pagine di verbali di deposizioni di pentiti e di testi di pentitologia altrimenti definita scienza della prova e di altro. Sentenze della Cassazione a bizzeffe che c’entrano e, soprattutto, che non c’entrano un cavolo.
Quella della motivazione dei provvedimenti giudiziari è un obbligo stabilito dalla stessa Costituzione. Che non vieta il metodo “copia e incolla” (lo ha definito così, di recente, anche un insospettabile magistrato palermitano). Il che non significa che chi così costruisce le motivazioni, ubbidisca alla Costituzione. E nemmeno alla decenza ed alla buona fede. Colpa, certo, del computer, che rende questo metodo facilissimo da praticare e che quasi invita a praticarlo. Cioè a consumare, nella sostanza, un autentico falso, per non parlare alla beffa nei confronti del dettato costituzionale.
Questa, in sostanza, sarebbe stata la vera, se pur modesta, attenuante per Edi Pinatto giudice del Tribunale di Gela, primatista, etc. etc.
In sostanza: meglio poltrone che falsario.
Le cose cominciano a cambiare o, se vogliamo, si ripetono e meglio si comprendono, oggi, che leggiamo sui giornali che Edi Pinatto, già giudicato dalla Sezione Disciplinare del C.S.M. con sentenza di radiazione dall’Ordine Giudiziario, in attesa della decisione del suo ricorso alle Sezioni Unite della Cassazione, è stato trasferito a Milano, con funzioni di P.M. Ad Edi Pinatto, è capitato, essendo di turno, di dover affrontare (con calma, s’intende) il caso di Moralit El Mustafà, agli arresti domiciliari con l’accusa, tra l’altro, di violenza sessuale su un ragazzino di manco quattordici anni. Esce il decreto che esclude dal “beneficio” dei domiciliari gli imputati di violenza sessuale. Passa un giorno, passa l’altro, Pinatto non chiede di “convertire” la misura cautelare in custodia carceraria.
Nel frattempo Mustafà, magari terrorizzato dall’idea di dover attendere otto anni la sentenza che lo proclamasse innocente, ha preso il largo e si è reso uccel di bosco.
“Perservare diabolicum” tuonano tutti i giornali. Eppure stavolta, che so, Pinatto avrà semplicemente avuto bisogno di riflettere per capir bene se una norma di carattere processuale (quale quella sulla custodia cautelare) ma relativa allo stato di libertà, potesse avere veramente e senza ledere il dettato costituzionale, effetto retroattivo, come si vuole abbia questo decreto.
In ogni caso, anche stavolta è proprio certo che altre responsabilità non si aggiungano a quelle dell’oramai emblematico magistrato? Come mai non è stato, intanto, sospeso cautelativamente? Con i suoi precedenti non avrebbe il capo dell’ufficio fatto bene a tenerlo d’occhio?
Comunque sia, è augurabile che le Sezioni Unite della Cassazione provvedano sollecitamente. Intanto, però, nessuno dovrebbe alleggerirsi la coscienza levando grida contro Pinatto.
E’ troppo comodo.
martedì 9 luglio 2013
All.nr.150) "PAESE CHE VAI MARESCIALLO DEI CC. CHE TROVI" (ANCHE PISTOIA E' AL TOP CON TALE PALADINI).
MARESCIALLO DEI CARABINIERI DI TOVO SAN GIACOMO VIENE ARRESTATO PER CIRCONVENZIONE D’INCAPACE
9 LUGLIO 2013 05:51VISITE: 16
Il maresciallo è accusato di circonvenzione d’incapace nei confronti di un’anziana, residente a Tovo San Giacomo e assistita dai servizi sociali di Pietra Ligure,
Da indiscrezioni sembra che abbia prelevato da un conto corrente postale alcune decine di migliaia di euro dopo essersi fatto fare una delega dalla donna.
In un paese normale ciò sarebbe dovuto accadere anche nei confronti di tale Paladini Renato, attualmente "Luogotenente" comandante della sezione di P.G. dell'Arma presso il tribunale di Pistoia ed all'epoca dei fatti M.llo comandante della Stazione cc. di Pescia (PT).
Il soggetto, delegato alla attività di indagine di P.G. nei confronti di tale "Massa Massimo Manfredi" (il quale "Usurpava" il titolo di Ing. ed era regolarmente nominato come Perito o come C.T. del P.M. nonostante, come certificato dal Tribunale di Firenze in data 16.12.99, lo stesso fosse "Totalmente privo" dei titoli richiesti per assolvere a tali incarichi), omise di esporre chiaramente quanto sopra, omise di far presente che a seguito di tali verifiche, "Tutte" le consulenze e Perizie fornite dal "Massa" erano da considerarsi per legge, "Atti Nulli" e quindi "Inutilizzabili.
Lo stesso M.llo Paladini Renato omise anche di contestare al Massa il chiaro ed incontrovertibile "Occultamento di atto vero", relativo al "Voluto Insabbiamento" del Verbale dei rilievi di un sx "Mortale" redatto dal M.llo Nocera Pasquale del N.O.R.M. di Pistoia approfittando "Vigliaccamente" che il citato M.llo Nocera Pasquale, nel novembre 2001 si tolse la vita in ufficio.
Ed inoltre "Omise" di contestare al "Massa", anche il conseguente "Falso Ideologico" consistente nella "Consulenza" da lui prodotta in assenza dei citati titoli e dopo aver "Occultato" il contenuto (determinante) del citato Verbale del M.llo Nocera Pasquale.
Ma il citato Paladini Renato tenne tale condotta al fine di obbedire tacitamente agli ordini di alcune A.G. le quali, per propri interessi avevano già deciso per il chiaro "Favoreggiamento Personale" nei confronti del Massa e del quale il Paladini si rese complice dimenticando anche che, "Gli ordini manifestamente reato o palesemente illegittimi" NON devono essere eseguiti.
Da quanto è emerso in seguito, appare logico che il citato Paladini Renato risulta palesemente protetto anche perchè, il di lui fratello, Paladini Giovanni, risulta essree un parlamentare (ex I.D.V.) attualmente al gruppo misto mentre invece la cognata del Paladini Renato Marilyn Fusco, è l'ex vicepresidente della regione Liguria coinvolta in altra indagine di P.G. condotta dalla D.I.G.O.S. di Pistoia per turbativa d'asta ed il conseguente tentativo dell'assegnazione di un appalto di lavoro per svariati milioni, ad un imprenditore pistoiese il quale fu ovviamente arrestato.
La cosa strana è che, come risulta dalle intercettazioni, sia visive che telefoniche, "L'INTERMEDIARIO" tra la Signora Fusco Marilyn ed il citato imprenditore (arrestato), fu proprio il Paladini Renato (cognato della citata Fusco) ma nessuno si è permesso di contestare niente al Paladini medesimo, ne da parte della A.G. inquirente e nemmeno da parte dei vari comandi dell'Arma.
In conclusione: "Sei protetto"? Bene, puoi fare tutto ciò che vuoi compreso naturalmente proteggere altri figuri responsabili di svariati delitti.
Il tutto (le condotte delle varie A.G., inutilmente denunciate, nonchè la condotta tenuta dal Paladini renato, Luogotenente dell'Arma, è ricompreso integralmente nel bloghttp://moonposter.blogspot.com/
domenica 7 luglio 2013
All.nr.149) "TG1 ODIERNO, NOTIZIA UTILE (SECONDO LORO) MENTRE LE NOTIZIE DAVVERO BUONE PER I CITTADINI NON VENGONO DIFFUSE "
All.nr.149) "TG1 ODIERNO, NOTIZIA UTILE (SECONDO LORO) MENTRE LE NOTIZIE DAVVERO BUONE PER I CITTADINI NON VENGONO DIFFUSE "
In data odierna, al tg1 delle ore 13.30 è stata data la notizia (ritenuta evidentemente utile e produttiva) che con l'aiuto del compiuter si può giungere alla costruzione ed all'assemblamento di tutte le parti che compongono una pistola.
Il tutto può essere eseguito con materiale plastico e quindi non rilevabile da eventuali metal detector.
Tale arma, una volta finita può sparare un solo colpo e questa notizia è stata diffusa curando nel dettaglio, con dovizia e minuziosità, tutto ciò che si deve fare per ottenere il risultato.
RIFLESSIONE: Stranamente questo tipo di notizie non passa al vaglio di nessuna commissione mentre invece, altrettanto stranamente, l'arresto di DUE "Magistrati" i quali, al solo fine di curare i loro interessi, delinquono nel modo più vigliacco che si può immaginare danneggiando e distruggendo un'infinità di cittadini, per due volte (molto recenti) NON E' STATA RITENUTA UNA NOTIZIA DEGNA DI NOTA ED I VARI TG SI SONO BEN GUARDATI DALL'INFORMARE LA POPOLAZIONE SU CIO' CHE, "QUOTIDIANAMENTE" ACCADE NEI TRIBUNALI DI TUTTO IL PAESE.
Il tutto può essere eseguito con materiale plastico e quindi non rilevabile da eventuali metal detector.
Tale arma, una volta finita può sparare un solo colpo e questa notizia è stata diffusa curando nel dettaglio, con dovizia e minuziosità, tutto ciò che si deve fare per ottenere il risultato.
RIFLESSIONE: Stranamente questo tipo di notizie non passa al vaglio di nessuna commissione mentre invece, altrettanto stranamente, l'arresto di DUE "Magistrati" i quali, al solo fine di curare i loro interessi, delinquono nel modo più vigliacco che si può immaginare danneggiando e distruggendo un'infinità di cittadini, per due volte (molto recenti) NON E' STATA RITENUTA UNA NOTIZIA DEGNA DI NOTA ED I VARI TG SI SONO BEN GUARDATI DALL'INFORMARE LA POPOLAZIONE SU CIO' CHE, "QUOTIDIANAMENTE" ACCADE NEI TRIBUNALI DI TUTTO IL PAESE.
IN CONCLUSIONE A TUTT'OGGI LA POPOLAZIONE NON E' AL CORRENTE DI QUANTO INFAMI POSSONO ESSERE DETERMINATI (TANTI) TOGATI, E, RIMANENDO IN TEMA, OLTRE ALLA NOTIZIA DATA IN SECONDA SERATA, NESSUN CANALE TV HA VOLUTO CHIOSARE ED APPROFONDIRE LA "DENUNCIA" FATTA PROPRIO DA UN GIUDICE DEL TRIBUNALE DEI MINORI DI BOLOGNA IL QUALE SENZA REMORE, ESPOSE E RESE NOTO TUTTO IL MALAFFARE ESISTENTE ALL'INTERNO DELLA MAGISTRATURA ITALIANA I CUI APPARTENENTI, QUALSIASI COSA FACCIANO, SONO BEN PROTETTI E TUTELATI DA UN ORGANO CHE RECA IL NOME DI "CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA". (NESSUNO VALUTA CHE OGNUNO DI QUESTI DELINQUENTI CHE VIENE ARRESTATO E' UNA DISGRAZIA IN MENO PER TUTTO IL PAESE).
OK, I DANNI E LE VESSAZIONI A CARICO DEI CITTADINI RIMANGONO AL DI LA' DEL MURO DI GOMMA PERO', POSSIAMO ESSERE FELICI PERCHE' DA OGGI CI SONO MIGLIAIA DI RAGAZZI I QUALI, SEGUENDO LE ISTRUZIONI DATE DALLA TV DI "STATO" POSSONO COSTRUIRSI UNA PISTOLA PERFETTAMENTE FUNZIONANTE.
mercoledì 3 luglio 2013
All. nr.148) "MAGISTRATURA" COMPARAZIONI, RAFFRONTI E CONSEGUENTI DEDUZIONI
da Mauro Masoni (Note) Mercoledì 3 luglio 2013 alle ore 11.57
Come tutti sappiamo, a seguito dell'elezione del nuovo Papa Francesco, in Vaticano ed all'interno dello IOR si è iniziata a fare un pò di "Pulizia" ( arresto di vari vescovi ed immediate dimissioni del direttore e v.direttore della banca vaticana, entrambi comunque denunciati).
Il motto di Papa Francesco è: "Le chiaccchere stanno a zero, quello che contano sono i fatti" ed a quanto pare stà tenendo fede ai dettami della sua forma-mentis.
Il punto è questo, poniamo il caso che anche il "Consiglio Superiore della Magistratura" fosse di fatto una struttura "Piramidale" con a capo una persona onesta ed oltremodo determinata ad eliminare qualsiasi forma di "Malaffare" esistente nei fatti e quindi incontrovertibile, secondo il vostro pensiero cosa potrebbe accadere ?
Le risposte sono due:
Le risposte sono due:
1) Quella persona sarebbe fatta oggetto di un attentato e quindi eliminata (Rischio oggettivo e reale che stà correndo anche Papa Francesco);
2) Quella persona continuerebbe la sua opera col chiaro intento di togliere anche la seppur minima ombra riguardante l'operato dei vari "Togati" e l'infinità di procedimenti a loro carico, aperti a seguito delle denunce dei cittadini avrebbero il loro corso come previsto dalla legge, senza distinzione di sorta anzi, vi è certezza he, in quanto trattasi proprio di chi amministra (dovrebbe) la "Giustizia", gli accertamenti relativi ai vari vasi sarebbero per certo ancor più meticolosi e capillari anzichè essere regolarmente "Insabbiati" come accade da sempre.
In pratica, anche il "Vincolo Associativo" al quale aderisce la quasi totalità dei "Togati" (si ricorda che per loro è vietato procedere nei confronti di un collega), col tempo andrebbe a scomparire e finalmente anche la "Casta" di intoccabili nnon potrebbe più godere della chiara e reale "Immunità" esistente a tuttoggi.
A supporto di quanto sopra vi sono i circa "Quattro Milioni" di "Errori" giudiziari che hanno avuto luogo dal dopoguerra ad oggi e si badi bene, i recenti arresti di due "Togati" (un inquirente l'ex P.M. Staffa Roberto ed un giudicante l'ex Giudice Schettini Chiara), i quali operavano in Roma, sono conseguenti alla volontà dei Magistrati di Perugia i quali (onore a quei Signori), hanno applicato la legge penale senza discriminazione alcuna.
Per non parlare poi, della recentissima e "SCIOCCANTE DENUNCIA" fatta in televisione da un Magistrato appartenente al Tribunale dei minori di Bologna il quale (Signor Giudice Morcavallo), senza mezze misure ha esposto chiaramente tutto il "Malaffare" esistente all'interno della "Magistratura" e non solo, quel "Signor Giudice", ha tenuto a puntualizzare anche il fatto che, il c.s.m. non è affatto l'organo di "Autogoverno" della magistratura ma bensì l'organo di "Tutela" degli appartenenti alla "Casta" e per suo volere (Ordine), tutte le denunce dei cittadini vengono regolarmente "Insabbiate".
In pratica, se a capo della struttura "C.S.M." vi fosse una persona onesta ed amante del "Diritto" (di tutti), lo stato si vedrebbe costretto ad indire, con procedura d'urgenza, una serie di concorsi per "Magistrati" in quanto, dalla citata (e sperata) azione di pulizia, tantissimi dei "Togati", adesso in ruolo, sarebbero sollevati da tali incarichi e molti di loro sarebbero associati a strutture come: S.Vittore; Sollicciano; Poggio Reale e Lucciardone che, non sono villaggi turistici ma "Patrie Galere", gli unici luoghi ove molti degli atttuali "Magistrati" meriterebbero di essere associati.
In pratica, se a capo della struttura "C.S.M." vi fosse una persona onesta ed amante del "Diritto" (di tutti), lo stato si vedrebbe costretto ad indire, con procedura d'urgenza, una serie di concorsi per "Magistrati" in quanto, dalla citata (e sperata) azione di pulizia, tantissimi dei "Togati", adesso in ruolo, sarebbero sollevati da tali incarichi e molti di loro sarebbero associati a strutture come: S.Vittore; Sollicciano; Poggio Reale e Lucciardone che, non sono villaggi turistici ma "Patrie Galere", gli unici luoghi ove molti degli atttuali "Magistrati" meriterebbero di essere associati.
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